D.Lgs 231/01: Per le società sportive la difesa è il miglior attacco.

In materia di responsabilità amministrativa da reato degli enti l’art.1 c.2 del d.lgs. 231/01 prevede che la relativa disciplina si applichi “agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica”. È evidente l’estrema genericità di una siffatta formulazione, resa necessaria dal fatto che nessun ente, nessuna azienda può ritenersi totalmente al sicuro dal rischio che all’interno della sua compagine sociale vengano commessi reati nell’interesse, o a vantaggio, dell’ente stesso.

In considerazione del fatto che tale disciplina risulta applicabile alle più svariate forme di esercizio dell’impresa, dall’impresa individuale alla s.p.a., e che tutte dovranno in ipotesi di reati provare processualmente l’insussistenza di una colpa di organizzazione è d’obbligo riportare sul punto anche l’attenzione delle Società sportive, in relazione alle quali è oramai pacifica applicazione del D.lgs. 231/01 sia per le società sportive che assumono la veste di società di capitali che per le associazioni riconosciute e non riconosciute. Necessità derivante anche dalla circostanza che, da anni, anche l’ordinamento sportivo e le Federazioni nazionali richiedono l’adozione di adeguati MOG 231.

Attenzione che oggi deve essere ancora maggiore rispetto a ieri, in quanto la legge 03/05/2019 n.39, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 16/05/2019, ha ampliato il catalogo dei reati presupposto prevedendo al nuovo art. 25 quaterdecies del d.lgs. 231/01 che l’ente possa essere ritenuto responsabile anche in ipotesi di commissione dei reati di “frode in competizione sportiva” (art. 1 L. 401/89) e di “esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommesse” (art. 1 L. 401/89), realizzati nell’interesse o a vantaggio dell’ente da parte di soggetti apicali o soggetti sottoposti alla loro direzione o vigilanza.

Il delitto di frode sportiva, punisce penalmente non solo l’offerta di denaro o di altra utilità ai partecipanti a competizioni sportive, organizzate da federazioni riconosciute, per raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione, ma contempla anche il generico compimento di “altri atti fraudolenti volti al medesimo scopo”. In considerazione della formulazione della norma non appare quindi necessaria l’accettazione della promessa o del denaro, né, tantomeno, il raggiungimento dell’obiettivo, ma deve ritenersi sufficiente una seria promessa che giunga a conoscenza del destinatario.

L’esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommesse sanziona chiunque eserciti abusivamente l’organizzazione del giuoco del lotto o di scommesse o di concorsi pronostici che la legge riserva allo Stato o ad altro ente concessionario e, per quanto di maggiore interesse nel presente contributo, chi comunque organizza scommesse o concorsi pronostici su attività sportive gestite dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), dalle organizzazioni da esso dipendenti o dall’Unione italiana per l’incremento delle razze equine (UNIRE) e, comunque, chiunque abusivamente esercita l’organizzazione di pubbliche scommesse su altre competizioni di persone o animali e giuochi di abilità.

In considerazione di tale nuova previsione ex D.Lgs. 231/01, dell’ampiezza del precetto di cui ai reati-presupposto e dei settori in cui tali reati vengono statisticamente consumati con maggiore frequenza, anche le società sportive dovranno necessariamente aggiornare la propria organizzazione e dotarsi quindi di un idoneo Modello Organizzativo Gestionale 231 che, se efficacemente attuato, possa garantire la non punibilità dell’ente stesso.

A rendere cogente la suddetta necessità è in primis la gravità delle sanzioni per l’ente collegate alla commissione dei suddetti reati, non solo pecuniarie ma anche interdittive e che possono spingersi sino alla interdizione dall’esercizio dell’attività, alla sospensione o alla revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni e al divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, per una durata non inferiore ad 1 anno.
È evidente quindi il rischio che corre una società sportiva che non si adegui, in quanto le potenziali sanzioni investono sia profili economici, che direttamente operativi; inoltre non è da sottovalutare il danno reputazionale che si produrrebbe per l’ente in ipotesi di consumazione dei reati di cui sopra, e che difficilmente potrà poi essere integralmente superato con una idonea gestione attuata post factum, ma che invece rischia di “macchiare” indelebilmente l’immagine di una società che opera in un settore così particolare come quello sportivo.

Tali rischi possono invece essere mitigati considerevolmente mediante l’adozione di un idoneo Modello Organizzativo Gestionale 231 che, se idoneo ed efficacemente attuato, consentirà alla società di provare in sede processuale penale, e non solo, di aver fatto quanto era nella sua disponibilità per impedire la commissione di reati e che l’illecito si è realizzato eludendo fraudolentemente i presidi ed i protocolli che erano stati diligentemente istituiti ed efficacemente attuati con una costante attività di vigilanza ed aggiornamento.

Avv. Alessandro Calogiuri

Il mio Studio è ad Ancona in Via Matteotti n.54.

Su appuntamento ricevo anche a Loreto (AN).

Scopri i Settori di attività

Per contattarmi clicca qui

Per una domiciliazione clicca qui

Collegati con me su LinkedIn

Segui le news dello Studio su Facebook

Master di specializzazione d.lgs. 231/01 – MODULO II – Risk Assessment

Conosci i punti di debolezza della tua azienda? Il rischio che all’interno della tua organizzazione aziendale possano essere commessi reati è adeguatamente mappato?
Le tue procedure possono ritenersi idonee?

Master di specializzazione d.lgs. 231/01 responsabilità amministrativa da reato degli enti, redazione, compliance aziendale e ODV.
Milano – 24ORE Business School​

Il processo di Risk Assessment in ambito 231, ossia l’individuazione dei potenziali rischi da reato all’interno di una azienda, non va considerata una mera operazione di adempimento formale ma può tramutarsi in un’opportunità per l’imprenditore.

Non è infatti solo una attività necessaria e fondamentale per la predisposizione di un modello organizzativo 231 che sia “tagliato” sulla base delle specificità aziendali e che possa schermare l’azienda da eventuali responsabilità.
Per l’imprenditore è l’opportunità di rendere la propria organizzazione aziendale non solo compliant ma anche più efficiente.
Il Risk Assessment si effettua infatti osservando e “fotografando” le specificità del complesso aziendale di riferimento, individuando punti di forza, debolezza e potenziali strumenti di correzione ed efficientamento.

Lo studio legale Avv. Alessandro Calogiuri, al fine di ampliare le proprie competenze, garantire un sempre maggior grado di specializzazione ed offrire piena assistenza a società e imprese sia in fase di consulenza legale che in sede processuale, partecipa per l’anno 2019 al master di specializzazione d.lgs. 231/01 – responsabilità amministrativa da reato degli enti, redazione, compliance aziendale e ODV – organizzato da il sole 24ore business School.

Per avere maggiori info, richiedere una consulenza legale e fissare un appuntamento contatta lo Studio.
🌐www.studiolegalecalogiuri.it
📧info@studiolegalecalogiuri.it
📱3713013465

Lo Studio Legale Calogiuri partecipa al Master di specializzazione d.lgs. 231/01 responsabilità amministrativa da reato degli enti, redazione modello organizzativo 231, compliance aziendale e ODV.

Primo modulo Master di specializzazione d.lgs. 231/01 responsabilità amministrativa da reato degli enti, redazione, compliance aziendale e ODV.
Milano – 24ORE Business School

L’adozione e l’efficace attuazione di un modello organizzativo 231 rappresenta oggi una ineludibile necessità per società e aziende a causa della rapida e progressiva estensione della responsabilità da reato degli enti ad un numero sempre maggiore di fattispecie illecite.
Lo studio legale Avv. Alessandro Calogiuri, al fine di ampliare le proprie competenze, garantire un sempre maggior grado di specializzazione ed offrire piena assistenza a società e imprese sia in fase di consulenza legale che in sede processuale, partecipa per l’anno 2019 al master di specializzazione d.lgs. 231/01 – responsabilità amministrativa da reato degli enti, redazione, compliance aziendale e ODV – organizzato da il sole 24ore business School.

Per avere maggiori info, richiedere una consulenza legale e fissare un appuntamento contatta lo Studio.
🌐www.studiolegalecalogiuri.it
📧info@studiolegalecalogiuri.it
📱3713013465

Domicilio digitale…quando l’accesso è abusivo?

Social media, cloud computing, app. connesse 24/7, assistenti personali e le prime intelligenze artificiali….stiamo assistendo ad una sempre maggiore informatizzazione delle nostre vite ed alla completa concretizzazione di un nuovo bene giuridico da tutelare, il c.d. “domicilio digitale”.
Sospinta da questa nuova necessità di tutela la categoria dei reati informatici, rimasta per anni silente tra le pagine del codice penale, ha acquisito negli ultimi anni sempre maggior importanza e centralità nel dibattito giornaliero di Tribunali e studiosi.
Alla pervasività e all’importanza degli interessi che oggi si estrinsecano on line deve fare, necessariamente, da contraltare il diritto del titolare di tutelare tali informazioni e di decidere chi possa accedervi e per quali fini apponendo a tali sistemi mezzi di sicurezza (password etc..) che concretizzano la volontà di impedire accessi non autorizzati.
Norma cardine attorno a cui ruota tale disciplina è sicuramente l’art. 615 ter c.p. rubricato “Accesso abusivo a un sistema informatico o telematico”.

La suddetta disposizione si pone come prima ed essenziale tutela del c.d. domicilio informatico, bene giuridico speculare rispetto all’ordinario domicilio e che si pone l’obiettivo di comprendere e tutelare sia lo spazio fisico diretto a contenere dati riservati (server, hard disk, computer…), che il correlativo spazio virtuale (profili, banche dati, cluod…) che assume, sempre più, il ruolo di vero e proprio fulcro della vita delle persone, essendo divenuto di fatto il contenitore all’interno del quale si estrinsecano tutti gli ambiti della propria personalità, anche i più privati.
In tale ottica il legislatore ha previsto che “Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni”.
Cardine di tale norma incriminatrice è quindi il concetto di abusività del superamento delle misure di sicurezza del sistema predisposte dal titolare e della relativa permanenza in esso; tale concetto va analizzato sotto il duplice profilo dell’abusività dell’accesso e/o del mantenimento.
Per quanto attiene la prima ipotesi risulta oltremodo chiaro che debba essere qualificato come abusiva la condotta del soggetto che, privo di password, di autorizzazione o altri strumenti di accesso, acceda al sistema aggirando le cautele predisposte dal legittimo titolare.
Più complessa invece la situazione relativa alla posizione di chi legittimamente autorizzato ad accedere si trattenga all’interno del sistema, ed ivi operi, per finalità diverse ed ulteriori rispetto a quelle per cui l’autorizzazione è stata concessa.
Sul punto si era sviluppato un vivace dibattito giurisprudenziale, un primo orientamento riteneva sussistente una violazione dell’art. 615 ter c.p. in presenza di un accesso autorizzato ma effettuato per finalità diverse da quelle consentite mentre un secondo orientamento escludeva che in tale ipotesi potesse ritenersi integrato il reato di cui si tratta.
A dirimere il contrasto sono state chiamate le Sezioni Unite della Cassazione (Cass. S.U. n.4694/2011) che hanno chiarito come il concetto di abusività dovrà ritenersi integrato sia nei casi in cui il soggetto autorizzato all’accesso violi le prescrizioni impartite espressamente dal titolare del sistema e sia in quelli in cui vengano poste in essere operazioni che non possano essere ricondotte a quelle per cui il soggetto era stato incaricato ed era stato autorizzato ad accedere.
Rimaneva però aperta una questione relativa alla circostanza aggravante di cui al comma 2 dell’art. 615 ter c.p. che punisce più gravemente la condotta di accesso abusiva qualora effettuata da un pubblico ufficiale in violazione dei propri doveri e della propria funzione.
L’interrogativo che si poneva riguardava l’estendibilità del suddetto principio di diritto alla condotta del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che accedendo ad un sistema a cui è autorizzato operi uno sviamento della propria funzione utilizzando il sistema per fini diversi da quelli per cui è autorizzato e diretta al soddisfacimento di fini privati e non istituzionali.
Nel 2017 sono nuovamente intervenute le Sezioni Unite (Cass. S.U. 41210/2017) ed hanno chiarito che l’attività dei pubblici ufficiali è limitata da precisi confini che sono parte integrante del loro status soggettivo, pertanto un accesso o una permanenza effettuata per ragioni diverse da quelle d’ufficio concretizza uno sviamento di potere ed è pertanto condotta idonea ad integrare la fattispecie p. e p. ex art. 615 ter c.2 n.1 c.p.

Avv. Alessandro Calogiuri

-Cass. S.U. n. 4694/2011
-Cass. S.U. 41210/2017
-Bibliografia: Nicolò Bussolati “Accesso abusivo a un sistema informatico o telematico ex art. 615-ter c.p.: il nodo dell’abusività.”.

Se il pedone si “lancia”…

Come è noto gli eventi mortali lungo le nostre strade non sono sempre il frutto di condotte criminali poste in essere in assoluto spregio delle norme del Codice della Strada, ma a volte sono normali automobilisti che, loro malgrado, si trovano coinvolti in sinistri mortali causati da condotte imprudenti della vittima stessa.
La domanda che sorge legittima è capire se e quando tali comportamenti possano ritenersi idonei a far andare esente da responsabilità l’automobilista.

Data l’importanza della questione, attorno a cui ruota la soluzione di numerosi processi, il tentativo di fornire una risposta accettabile ha originato un positivo dibattito anche in sede di Giurisprudenza di legittimità.
Gli Ermellini si sono trovati a dover prendere posizione circa la discussa problematica dell’incidenza della condotta imprudente del danneggiato quale limitazione o esimente della responsabilità del danneggiante.
Sul punto si sono più volte espressi tentando di trovare delle linee guida idonee a guidare l’interprete nel difficile percorso di contemperamento ed equilibrio del c.d. principio di affidamento.

Con la sentenza in commento la Suprema Corte ha riconfermato il principio di diritto secondo il quale, l’automobilista imputato di omicidio colposo del pedone dovrà essere ritenuto non responsabile qualora la condotta della vittima sia di per sé “una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, da sola sufficiente a produrre l’evento.

Occorre quindi rispondere ad un’altra domanda: quando la condotta della vittima possa considerarsi causa eccezionale?
Può ritenersi sussistente tale situazione qualora il conducente si sia trovato nella “oggettiva impossibilità” di avvedersi del sopraggiungere del pedone i cui movimenti si sono manifestati in modo ”rapido, inatteso ed assolutamente imprevedibile.
Qualora invece la condotta imprudente del pedone costituisca una mera causa concorrente nella causazione dell’evento e possa qualificarsi come astrattamente prevedibile la responsabilità del conducente non potrà ritenersi esclusa, ma l’imprudenza della vittima potrà tutt’al più comportare un contemperamento della responsabilità dell’automobilista.

A fronte di una soluzione così apparentemente semplice occorre però avere sempre bene a mente che la posizione di garanzia che l’ordinamento addossa ai conducenti risulta, ragionevolmente, molto estesa.
Ciò è evidente nel caso che ha originato la decisione in commento ove nonostante la presenza di plurimi elementi di fatto, prima vista idonei ad escludere la prevedibilità della condotta del pedone (l’imprudente attraversamento subito dietro una curva, l’assenza di strisce pedonali, il fatto che la visuale fosse coperta da un pilastro di cemento armato e che ci si trovasse in condizioni di scarsa illuminazione artificiale e di quasi inesistente luce naturale), la Corte ha comunque confermato la condanna per l’imputato e, quindi, la sua responsabilità con conseguente valutazione di irrilevanza del comportamento del pedone.

Tali circostanze di fatto depongono in senso opposto rispetto all’imprevedibilità, non sono infatti state ritenute idonee a fondare una siffatta valutazione ma anzi, in considerazione del fatto che la scarsa visibilità evidenziava una chiara situazione di rischio e di impossibilità di sapere con certezza cosa si trovasse dietro la curva l’imputato avrebbe dovuto a moderare la propria velocità, guidando in maniera più attenta per poter essere così pronto ad evitare potenziali e prevedibili ostacoli.
E’ pertanto l’automobilista a dover prevedere gli ostacoli che potrebbe trovarsi davanti, modificando la propria guida in senso cautelativo qualora in presenza di indici di rischio non possa con ragionevolezza certezza escludere la loro concretizzazione ma anzi rimangano astrattamente prevedibili.

In conclusione, anche per i meno avvezzi ai ragionamenti giuridici è la saggezza popolare che torna ad aver ragione perché “chi va piano, va sano, va lontano…e può andare esente da responsabilità.

Avv. Alessandro Calogiuri

-Cass. Sez. IV Pen. n. 14544/18

Quando la neve si scioglie…

La gelida perturbazione pittorescamente rinominata “Burian” ha flagellato per giorni la nostra penisola.
Temperature sotto-zero si sono accompagnate ad un manto candido che tutto ha ricoperto.
Situazione tanto suggestiva quanto fonte di disturbo, inconvenienti e, spesso, danni inaspettati a causa del ghiaccio e della neve accumulatesi sul manto stradale.
I maggiori danni si manifestano proprio quando la neve si scioglie, momento nel quale le nostre strade si riscoprono tappezzate di crateri e a farne le spese siamo spesso noi automobilisti.
Resta da capire se, a quali condizioni e nei confronti di chi sia possibile rivalersi. 

Affronteremo la questione analizzando principi giuridici applicabili non solo all’ipotesi di danni all’autovettura causati da buche stradali non tempestivamente riparate ma anche ai frequenti casi di incidenti causati da lastre di ghiaccio sull’asfalto o di cadute dovute a passaggi pedonali resi impraticabili.

Sul punto la norma di riferimento è l’art. 2051 del codice civile che prevede che “Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito” ed in materia di “buche stradali” la giurisprudenza è copiosa ed in costante evoluzione.
Tale responsabilità afferisce al genus della responsabilità oggettiva, per la cui configurazione è sufficiente la prova da parte del danneggiato del danno e del nesso di causalità tra il danno e la cosa, senza che a nulla rilevi la condotta colposa o meno del custode, il quale viene ritenuto responsabile semplicemente per l’esistenza di un rapporto di dominio di fatto con la cosa.
Tale responsabilità può essere evitata dal custode solo con la prova della sussistenza del c.d. caso fortuito.
Circa l’interpretazione della suddetta locuzione sono stati scritti fiumi di dottrina e giurisprudenza, arrivando ad identificare il caso fortuito in quel fatto, naturale o del terzo, connotato da imprevedibilità ed inevitabilità in senso oggettivo.
Per quanto di nostro interesse occorre quindi chiedersi se e a quali condizioni le precipitazioni atmosferiche possa ritenersi “caso fortuito” e quindi idonee ad essere individuate come causa da sola sufficiente a determinare l’evento dannoso e, conseguentemente, ad elidere la responsabilità del custode.
La Corte di Cassazione si è di recente pronunciata sul punto e ha chiarito che anche per quanto riguarda le precipitazioni atmosferiche la loro riconducibilità all’ipotesi del caso fortuito è condizionata dal possesso dei caratteri dell’eccezionalità e dell’imprevedibilità, dovendo quindi sostanziarsi in un avvenimento imprevedibile, imponderabile che si inserisca improvvisamente nella serie causale come fattore determinante l’evento in maniera autonoma.
Dunque, l’accertamento del fortuito rappresentato dall’evento naturale deve essere essenzialmente orientato da dati scientifici di stampo statistico.
È evidente quindi come anche grazie alle crescenti competenze tecnico -scientifiche in tema di meteorologia sia sempre più difficile ritenere integrato il suddetto requisito, posto che le precipitazioni atmosferiche sono oramai facilmente prevedibili e, pertanto, il custode non potrà salvo casi eccezionali invocarle a sua scusa, posto che è francamente difficilmente sostenerne l’imprevedibilità e l’inevitabilità degli effetti

Se hai subito danni a causa delle recenti precipitazioni atmosferiche contatta lo studio per valutare la possibilità di richiedere un risarcimento dei danni subiti.

Avv. Alessandro Calogiuri

  • Cass., Sez. III Civ., ordinanza n. 2482 del 1 febbraio 2018

Parcheggio e Violenza Privata….a quali condizioni?

Larga parte del nostro tempo e delle nostre giornate le passiamo dietro il volante e, spesso, l’autovettura diviene strumento, o pretesto, di condotte che rischiano di veder riverberare le proprie conseguenze in ambito penale.
In tale ambito sempre più frequenti sono i fenomeni di c.d. “road rage”, ossia il dare sfogo ai più reconditi istinti dell’animo umano perché mossi dall’aver subito soprusi, o presunti tali, mentre ci si trova alla guida.
La Giurisprudenza si è ultimamente trovata a dover analizzare tale fenomeno nel tentativo di delineare gli stretti confini in cui condotte di ostruzionismo automobilistico possono arrivare ad integrare il delitto di “Violenza Privata” p. e p. ex art. 610 c.p.

Prima di scendere nel dettaglio è opportuno tratteggiare i canoni che identificano la suddetta fattispecie incriminatrice.
L’art. 610 c.p. sancisce che “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a quattro anni…” pertanto, per ritenere integrato il suddetto illecito il soggetto attivo della condotta dovrà porre in essere, sul piano oggettivo, l’esercizio di una violenza fisica o morale o la prospettazione di un male ingiusto da lui dipendente teso a costringere il soggetto passivo della condotta, la persona offesa, a fare, tollerare od omettere una condotta determinata.
Tale ultimo elemento risulta di fondamentale importanza posto che in assenza di tale requisito finalistico (..costringe altri a..) non si potrebbe parlare di Violenza Privata ma dovrebbe analizzarsi la possibile integrazione dei singoli reati di minaccia, molestia o percosse.
Pertanto è essenziale che la condotta violenta o minacciosa posta in essere abbia determinato una situazione di costrizione ingiusta che determini la perdita o la significativa compressione della capacità di autodeterminazione o di movimento del soggetto passivo.
Chiarita la fattispecie di cui stiamo parlando cerchiamo ora di capire se, e a quali condizioni, ostacolare un’altra autovettura con la propria possa essere punibile ai sensi dell’art. 610 c.p.
La Giurisprudenza di fine 2017 ed inizio 2018 ha offerto plurime pronunce sul punto, osservando la situazione da differenti prospettive.
La Corte di Cassazione con la Sentenza n. 53978/17 ha chiarito che la condotta di un soggetto che, durante una discussione, parcheggi la propria autovettura talmente vicina a quella del suo interlocutore così da impedirne la discesa dalla sua portiera e costringendolo a scendere dal lato passeggero deve essere ritenuta condotta integrante atti di “Violenza Privata”.
Conclusione motivata dal fatto che tale comportamento è stato ritenuto concretamente idoneo ad integrare quella violenza idonea a condizionare pesantemente la libertà di autodeterminazione e movimento della persona offesa che, come detto, è richiesta dalla norma incriminatrice in commento, posto che la “violenza” deve essere individuata in “qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offesa della libertà di determinazione e di azione”.
Il parcheggiare con l’evidente volontà di impedire la discesa del guidatore non va però confuso con la, ben più comune condotta, del parcheggiare rendendo volontariamente, per ripicca, difficoltosa la manovra all’auto del vicino di parcheggio.
La Suprema Corte si è trovata a dover interpretare proprio tale fattispecie e con la sentenza n. 1912/18 ha chiarito come tale ultima condotta, seppur censurabile, non è ritenuta idonea ad integrare gli elementi costitutivi dell’art. 610 c.p., questo perché il rendere difficoltosa la manovra non è condotta che impedisce categoricamente il transito dell’auto lesa e, pertanto, la mera difficoltà di manovra non è idonea ad integrare quella violenza diretta a costringere che è richiesta per parlare di violenza privata posto che non determina alcun impedimento assoluto.
È invece evidente la punibilità di un soggetto che volontariamente occupi la sede stradale con la propria autovettura impedendo così ad un altro veicolo di ripartire.
Lo hanno statuito gli Ermellini nella pronuncia n. 5358/18 chiarendo come “il fatto stesso di impedire ad altri automobilisti di transitare sulla strada pubblica o di riprendere la marcia» deve ritenersi sufficiente ai fini dell’integrazione del delitto di «violenza privata».

Avv. Alessandro Calogiuri

– Cass. sez. V Pen., sentenza n. 53978/17 dep. 30.11.2017
– Cass. sez. V Pen., sentenza n. 1912/18 dep. 17.1.2018
– Cass. sez. V Pen., sentenza n. 5358/18 dep. 5.2.2018

Can che abbaia a volte morde…Chi è responsabile?

In capo a colui che detiene un animale domestico vige un obbligo di custodia e vigilanza sullo stesso per la cui sussistenza è sufficiente l’esistenza di una relazione di fatto tra il cane e il soggetto, a prescindere da un effettivo titolo di proprietà.

Affinché possa ritenersi sussistente tale posizione di garanzia penalmente rilevante la Cassazione ha chiarito che non riveste alcuna importanza la titolarità risultante da elementi formali quali la registrazione dell’animale all’anagrafe canina o l’apposizione del microchip identificativo, dovendo invece ritenersi sufficiente la prova dell’esistenza di una relazione di detenzione, anche solo materiale o di fatto.
La Legge e, conseguentemente, la Giurisprudenza impongono in capo a tale soggetto un vero e proprio obbligo di controllo e vigilanza sull’animale, diretto a far si che siano scongiurati eventuali danni a terzi.
Il proprietario/detentore è ritenuto penalmente responsabile anche qualora abbia affidato la custodia dell’animale a persona non idonea; parimenti l’obbligo di vigilanza e custodia permane invariato anche all’interno della abitazione, di un luogo privato o recintato.

La Corte di legittimità chiarisce che non è sufficiente ad elidere la posizione di garanzia neppure l’apposizione di un avvertimento circa la pericolosità dell’animale, ma deve essere necessario che il proprietario si sia adoperato per far sì che in tale luogo non possano introdursi soggetti estranei, altrimenti eventuali lesioni a terzi comporteranno la responsabilità del proprietario che, in adempimento della suddetta posizione di garanzia, deve sempre porre in essere una adeguata custodia dell’animale, idonea ad evitare la possibilità di danni alle persone.
In conclusione, qualora un animale domestico detenuto da taluno aggredisca un’altra persona causando lesioni si realizza una ipotesi di responsabilità penale per omissione (artt. 40 cpv e 590 c.p.) qualora risulti provato che il titolare della posizione di garanzia non si sia correttamente adoperato per neutralizzare la fonte di pericolo (animale) da lui a qualunque titolo detenuta

Avv. Alessandro Calogiuri

– Cass. ,Sez. IV Pen., n. 51448/17; dep. 10/11/2017

Pubblicazione foto dei figli minori sui social network: ci vuole il consenso dell’altro genitore

La Giurisprudenza di merito inizia ad affermare il principio secondo il quale, in presenza dell’opposizione di un genitore, la pubblicazione e condivisione di foto di minori da parte dell’altro genitore è comportamento astrattamente pregiudizievole per i soggetti minorenni, dal momento che, per via della diffusività incontrollabile dello strumento informatico utilizzato, la pubblicazione può portare le suddette immagini anche in mano di soggetti sconosciuti e non conoscibili, e che potrebbero utilizzare le suddette anche per scopi turpi ed illeciti.

Lo ha espresso incidentalmente il Tribunale di Mantova il quale, nell’ambito di un procedimento per la regolamentazione dei rapporti tra genitori, ex conviventi, e figli ha accolto la richiesta di inibitoria, formulata dal padre, diretta a bloccare la pubblicazione di immagini da parte della madre.

La suddetta richiesta è stata accolta in quanto la pubblicazione in presenza di un espresso dissenso da parte dell’altro genitore di fotografie dei figli minori è comportamento lesivo della tutela dell’immagine (art. 10 c.c.) e della riservatezza dei dati personali (d.lgls 196/03), dal momento che tali immagini devono considerarsi dati personali e la loro illegittima diffusione comporta interferenza nella vita privata.

Avv. Alessandro Calogiuri

Trib. Mantova ord. 19/09/2017

Lunedì 13 novembre 2017 apre lo Studio dell’Avvocato Alessandro Calogiuri

L’Avvocato Alessandro Calogiuri riceve, previo appuntamento, nel suo Studio sito ad Ancona in Via Matteotti n. 54 ed in quello di Loreto (AN).

Lo Studio offre consulenza e assistenza legale, giudiziale e stragiudiziale, in tutti i settori del diritto penale, civile e sportivo, operando sulla base dei principi delineati nella Politica dello Studio e dalla Deontologia Forense, con l’obiettivo di poter essere considerato dai propri clienti consulente di fiducia per ogni necessità legale.

Scopri Chi sono

Scopri i Settori di attività