Revenge Porn, “Doppio standard” e nuove frontiere di tutela

Si condivide l’articolo pubblicato sul sito di informazione giuridica “Juris Tech, che nasce per raccontare i nuovi scenari del diritto applicato al mondo digitale e alle nuove tecnologie,  con il quale lo Studio Legale Calogiuri ha il piacere di collaborare.

Link all’articolo originale.

  • Revenge Porn, “Doppio standard” e nuove frontiere di tutela

La scena politica USA è stata scossa dallo “scandalo” che ha coinvolto la senatrice Katie Hill (LINK), costretta a dimettersi a causa della diffusione e successiva pubblicazione di foto che la ritraevano in momenti intimi e assolutamente privati.
A prescindere dal peso politico della vicenda, quanto accaduto spinge l’osservatore a rilevare che, nonostante la tendenza sociale e normativa sia diretta verso una parificazione sostanziale dei sessi, nella valutazione di condotte sessualmente qualificate sussiste ancora prepotente quello che Katie Hill ha definito un “doppio standard”, rappresentativo di una opinione pubblica ancora fondata su un sistema prospettico di stampo misogino e maschilista.

Tale distorsione prospettica fa sì che sia la condotta di vita della donna-vittima ad essere passata al microscopio in cerca di colpe e concorsi di responsabilità.
Troppo spesso sono infatti le vittime a soffrire conseguenze dal punto di vista reputazionale e a doversi giustificare per condotte poste in essere in un ambito che doveva rimanere assolutamente privato.

Condotte da cui è difficile proteggersi perché nella quasi totalità dei casi vengono poste in essere con modalità telematiche, insidiose e difficilmente fronteggiabili. Tali aggressioni si riverberano nel fenomeno del c.d. “Revenge porn”.

L’attenzione non può più restare focalizzata sulla accettabilità delle condotte illecitamente diffuse, costringendo così la vittima a doversi giustificare, ma l’antigiuridicità ed il giudizio di riprovevolezza sociale devono necessariamente essere spostati esclusivamente sulla condotta di illecita diffusione di materiale originariamente destinato a rimanere assolutamente privato

1. Il nuovo art. 612 ter c.p.

Il nostro ordinamento di fronte a tali condotte appariva sguarnito; le norme incriminatrici in merito di trattamento dei dati personali sono infatti fin troppo miti per produrre un effetto deterrente ed anche le altre norme incriminatrici richiamabili (estorsione, diffamazione, stalking, interferenze illecite nella vita privata…), pur idonee a disciplinare la condotta di cui si tratta, non sono state strutturate per fornire una tutela ad hoc di fronte ad un bene giuridico che, anche per effetto del continuo avanzamento delle nuove tecnologie, si presta quotidianamente a nuove forme di aggressione.
Questo sino alla L. 69/2019 (c.d. codice rosso) che al suo art. 10 ha previsto l’introduzione nel codice penale di un nuovo art. 612 ter rubricato “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, in applicazione del quale “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito..”
Con tale norma il legislatore ha tentato di estendere al massimo la tutela in quanto ad essere incriminata, a titolo di dolo generico, dal primo comma della norma è la pura e semplice diffusione non consensuale dei suddetti supporti multimediali, indipendentemente da qualsiasi finalità ulteriore perseguita dal soggetto agente.
Il tentativo socialmente evolutivo della suddetta fattispecie risulta evidente, l’illiceità della diffusione non nasce tanto dal tipo di materiale che viene diffuso ma, soprattutto, dalla mancanza di un valido consenso in tal senso. Il focus normativo si pone pertanto sul necessario rispetto della volontà della persona offesa a che tale materiale rimanga privato.

Il disvalore è infatti stato posto dal legislatore integralmente sulla condotta di chi non rispetti l’altrui dissenso; dissenso che non dovrà essere necessariamente esplicito, essendo sufficiente che la diffusione avvenga senza che il soggetto ritratto abbia acconsentito. Pertanto dovrebbe ritenersi idoneo ad integrare il suddetto requisito il fatto che la diffusione sia avvenuta all’insaputa del soggetto raffigurato.
Il comma secondo dell’art 612 ter c.p. estende poi la punibilità anche a soggetti terzi rispetto alla coppia che siano venuti comunque in possesso del materiale di cui si tratta e che a loro volta lo diffondono al fine di recare nocumento alle persone rappresentate. In tal caso la mente corre subito a quei gruppi social dove si assiste ad un continuo inoltro di immagini a contenuto sessualmente esplicito che vengono poi ri-diffuse a macchia d’olio, ma la previsione di un dolo specifico renderà essenziale interrogarsi sul significato da attribuire alla predetta finalità di nocumento per delimitare il confine del penalmente rilevante.
La norma si chiude con la previsione di circostanze aggravanti e previsioni sulla procedibilità. Di particolare interesse risulta essere il comma 3 che, oltre a punire più gravemente quelle condotte poste in essere nell’ambito di una relazione sentimentale, si concentra sull’utilizzo di strumenti informatici o telematici (nozione all’interno del quale rientra pienamente la diffusione a mezzo social network). La ratio di tale aggravamento si rinviene nella maggiore diffusività di tali strumenti e nella difficile (se non impossibile) eliminabilità delle conseguenze del reato se posto in essere on line.

2. Le nuove frontiere di tutela (I.A. e machine Learning)

Facebook si propone di rilevare in anticipo tali contenuti diffusi su Facebook o Instagram utilizzando l’intelligenza artificiale ed il macchine learning.
Questo potrebbe significare l’individuazione del contenuto ancor prima che qualcuno lo segnali, spiega Antigone Davis, responsabile globale della sicurezza di Facebook. Secondo tale procedura i soggetti che sospettano di essere vittima di revenge-porn potranno inviare, tramite un apposito sistema di reporting, una propria foto al social network e così facendo l’intelligenza artificiale si attiverà per trovare eventuali contenuti sessualmente orientati. Tale procedura è già stata testata negli Stati Uniti e nei prossimi mesi dovrebbe essere progressivamente esteso a livello globale.

In conclusione, possiamo affermare che il “doppio standard” di valutazione è purtroppo ancora una realtà, troppo spesso assistiamo a giudizi che invece di criminalizzare la condotta del soggetto-agente si spingono ad analizzare in maniera morbosa i comportamenti della vittima. La tendenza normativa è correttamente indirizzata nel senso di un suo superamento, che deve però essere sostenuto da una nuova coscienza sociale che stigmatizzi qualunque violazione non autorizzata della sfera privata, a prescindere dai contenuti della stessa.

Avv. Alessandro Calogiuri

D.Lgs 231/01: Per le società sportive la difesa è il miglior attacco.

In materia di responsabilità amministrativa da reato degli enti l’art.1 c.2 del d.lgs. 231/01 prevede che la relativa disciplina si applichi “agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica”. È evidente l’estrema genericità di una siffatta formulazione, resa necessaria dal fatto che nessun ente, nessuna azienda può ritenersi totalmente al sicuro dal rischio che all’interno della sua compagine sociale vengano commessi reati nell’interesse, o a vantaggio, dell’ente stesso.

In considerazione del fatto che tale disciplina risulta applicabile alle più svariate forme di esercizio dell’impresa, dall’impresa individuale alla s.p.a., e che tutte dovranno in ipotesi di reati provare processualmente l’insussistenza di una colpa di organizzazione è d’obbligo riportare sul punto anche l’attenzione delle Società sportive, in relazione alle quali è oramai pacifica applicazione del D.lgs. 231/01 sia per le società sportive che assumono la veste di società di capitali che per le associazioni riconosciute e non riconosciute. Necessità derivante anche dalla circostanza che, da anni, anche l’ordinamento sportivo e le Federazioni nazionali richiedono l’adozione di adeguati MOG 231.

Attenzione che oggi deve essere ancora maggiore rispetto a ieri, in quanto la legge 03/05/2019 n.39, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 16/05/2019, ha ampliato il catalogo dei reati presupposto prevedendo al nuovo art. 25 quaterdecies del d.lgs. 231/01 che l’ente possa essere ritenuto responsabile anche in ipotesi di commissione dei reati di “frode in competizione sportiva” (art. 1 L. 401/89) e di “esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommesse” (art. 1 L. 401/89), realizzati nell’interesse o a vantaggio dell’ente da parte di soggetti apicali o soggetti sottoposti alla loro direzione o vigilanza.

Il delitto di frode sportiva, punisce penalmente non solo l’offerta di denaro o di altra utilità ai partecipanti a competizioni sportive, organizzate da federazioni riconosciute, per raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione, ma contempla anche il generico compimento di “altri atti fraudolenti volti al medesimo scopo”. In considerazione della formulazione della norma non appare quindi necessaria l’accettazione della promessa o del denaro, né, tantomeno, il raggiungimento dell’obiettivo, ma deve ritenersi sufficiente una seria promessa che giunga a conoscenza del destinatario.

L’esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommesse sanziona chiunque eserciti abusivamente l’organizzazione del giuoco del lotto o di scommesse o di concorsi pronostici che la legge riserva allo Stato o ad altro ente concessionario e, per quanto di maggiore interesse nel presente contributo, chi comunque organizza scommesse o concorsi pronostici su attività sportive gestite dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), dalle organizzazioni da esso dipendenti o dall’Unione italiana per l’incremento delle razze equine (UNIRE) e, comunque, chiunque abusivamente esercita l’organizzazione di pubbliche scommesse su altre competizioni di persone o animali e giuochi di abilità.

In considerazione di tale nuova previsione ex D.Lgs. 231/01, dell’ampiezza del precetto di cui ai reati-presupposto e dei settori in cui tali reati vengono statisticamente consumati con maggiore frequenza, anche le società sportive dovranno necessariamente aggiornare la propria organizzazione e dotarsi quindi di un idoneo Modello Organizzativo Gestionale 231 che, se efficacemente attuato, possa garantire la non punibilità dell’ente stesso.

A rendere cogente la suddetta necessità è in primis la gravità delle sanzioni per l’ente collegate alla commissione dei suddetti reati, non solo pecuniarie ma anche interdittive e che possono spingersi sino alla interdizione dall’esercizio dell’attività, alla sospensione o alla revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni e al divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, per una durata non inferiore ad 1 anno.
È evidente quindi il rischio che corre una società sportiva che non si adegui, in quanto le potenziali sanzioni investono sia profili economici, che direttamente operativi; inoltre non è da sottovalutare il danno reputazionale che si produrrebbe per l’ente in ipotesi di consumazione dei reati di cui sopra, e che difficilmente potrà poi essere integralmente superato con una idonea gestione attuata post factum, ma che invece rischia di “macchiare” indelebilmente l’immagine di una società che opera in un settore così particolare come quello sportivo.

Tali rischi possono invece essere mitigati considerevolmente mediante l’adozione di un idoneo Modello Organizzativo Gestionale 231 che, se idoneo ed efficacemente attuato, consentirà alla società di provare in sede processuale penale, e non solo, di aver fatto quanto era nella sua disponibilità per impedire la commissione di reati e che l’illecito si è realizzato eludendo fraudolentemente i presidi ed i protocolli che erano stati diligentemente istituiti ed efficacemente attuati con una costante attività di vigilanza ed aggiornamento.

Avv. Alessandro Calogiuri

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Omesso Versamento IVA: la rilevanza della crisi aziendale

La Corte di cassazione con la sentenza n. 7644/2019,  in materia di omesso versamento di IVA (p. e p. ai sensi dell’art. 10 ter d. lgs. 10 marzo 2000 n. 74), ha confermato che non rilevano le motivazioni che hanno spinto l’imprenditore ad omettere il versamento IVA;  egli potrà richiamare a proprio favore la causa di non punibilità della forza maggiore esclusivamente nel caso in cui la situazione di crisi di liquidità dell’impresa derivi da fatti imprevedibili, allo stesso non imputabili, dallo stesso non dominabili e a cui non abbia potuto porre rimedio tempestivamente.

Nel caso di specie la Corte di Cassazione si è trovata a giudicare il caso di un amministratore di una società cooperativa condannato per aver omesso il versamento dell’IVA per somme superiori alla soglia di punibilità del reato.

La Cassazione, conformemente a Sezioni Unite n. 37424/2013, ha affermato che “il sostituto d’imposta che incassi l’IVA ha l’obbligo di tenerla accantonata…e, in ogni caso, di organizzare le risorse finanziarie delle propria impresa per poter adempiere all’obbligazione.. Laddove così non faccia, l’imprenditore si rappresenta la probabilità che al momento della scadenza non vi siano nelle casse della società somme sufficienti e ne accetta il rischio”.

Tale conclusione discende dal fatto che la norma incriminatrice di cui si tratta è sostenuta a livello psicologico dal dolo c.d. generico (mera consapevolezza dell’illiceità della condotta omissiva finale), ciò assume rilevanza in quanto, in caso di omesso versamento dell’IVA, le verifiche che avrebbero consentito di appurare l’incombenza dell’obbligo tributario di cui è onerato l’imprenditore sono particolarmente semplici e quindi nel comportamento del soggetto che omette di controllare la situazione  si ritiene integrato il dolo, quanto meno eventuale, dal momento che omettendo di effettuare i doverosi controlli e di porre in essere i necessari correttivi il soggetto si espone volontariamente a tutte le conseguenze prevedibili che ne possono derivare.

Nel valutare la rilevanza di una situazione di forza maggiore i Giudici del Palazzaccio hanno affermato che l’omesso versamento IVA non può essere giustificato dal pagamento degli stipendi dei lavoratori dipendenti, dal momento che in ambito penale non è estendibile l’ordine di preferenza in tema di crediti prededucibili che vige in ambito fallimentare/concorsuale.

Pertanto, la necessità di pagare i dipendenti non può essere di per sé elemento idoneo ad escludere l’elemento soggettivo del reato dal momento che lo stesso viene ravvisato nella scelta consapevole di omettere i versamenti dovuti. Infatti è onere dell’imprenditore distribuire le risorse esistenti in modo da adempiere al proprio debito erariale.

L’imprenditore non potrà quindi invocare la forza maggiore in presenza di mancati accantonamenti e di omesso pagamento alle singole scadenze mensili; questo perché per ritenere integrata la forza maggiore dovrà darsi la prova di un fatto imponderabile, imprevisto ed imprevedibile, che sia del tutto indipendente dalla condotta dell’agente.

In conclusione, la forza maggiore non è rappresentata da una mera difficoltà ma è necessaria una assoluta impossibilità di adempiere. Pertanto, in via generale si esclude che una crisi di liquidità aziendale possa integrare un’ipotesi di forza maggiore del momento che l’imprenditore in crisi di liquidità ha un vasto ventaglio di possibilità alternative da percorrere prima di omettere il  mancato pagamento delle imposte.

Per giovarsi della causa di non punibilità di cui si tratta egli dovrà infatti provare che l’omissione dei pagamenti erariali è stata l’extrema ratio e che, prima di porre in essere tale omissione, ha fatto ricorso a tutti gli altri strumenti a sua disposizione, anche mediante utilizzo del proprio patrimonio personale.
..non può, pertanto, rilevare un generico richiamo dell’imputato alla crisi finanziaria dell’impresa senza allegazioni circa tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di una crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà.”

Avv. Alessandro Calogiuri

-Cassazione penale, Sez. III, sentenza 20 febbraio 2019, n. 7644

Fonti:

-Rossella Catena “Omesso versamento IVA: configurabile la forza maggiore in caso di crisi aziendale?

Maltrattamenti in Famiglia: la legittima reazione della vittima

Ci troviamo in un periodo storico ove a fronte di un generale avanzamento del senso di  uguaglianza ci sono settori dove ancora si fatica a sopire la pressione di “rigurgiti” di antiquate sensibilità. Troppo spesso a fronte di reati che avvengono tra le mura domestiche si ascoltano commenti che invece di stigmatizzare i comportamenti violenti sembrano quasi interrogarsi sulle colpe delle vittime, considerate ree di aver “reagito”.

Situazioni in cui il fuoco dell’attenzione si sposta sui possibili “errori” delle vittime che arrivano così a sentirsi sole ed isolate, quando invece il messaggio che dovrebbe essere condiviso è che nulla può giustificare episodi di stalking e maltrattamenti in famiglia come quelli che riempiono le pagine di cronaca dei nostri giornali; storie di ordinario terrore dove la vittima viene abitualmente perseguitata, isolata e aggredita in ogni ambito della sua vita e, spesso, si trova nell’impossibilità di porre in essere una adeguata reazione difensiva.

La Corte di Cassazione si è recentemente interrogata proprio sulla posizione di una vittima che aveva in alcune occasioni reagito alla violenza e ha chiarito che ai fini dell’integrazione del reato è irrilevante il fatto che la vittima abbia provato almeno inizialmente ad opporre resistenza ai comportamenti del coniuge che per anni l’aveva sottoposte a continue vessazioni, fisiche e psicologiche.

La difesa tentata dalla vittima deve essere considerata una legittima reazione che non può in alcun modo attenuare la valutazione del comportamento tenuto dal soggetto maltrattante; non può essere ritenuto di per sé elemento tale da far recedere la situazione di vessazione subita dalla vittima ad una semplice situazione di litigiosità reciproca, per la cui integrazione è invece necessaria la prova dell’uguale “peso” delle reciproche condotte, da ritenersi pertanto inidonee a comportare quell’abituale stato di prostrazione e vessazione unilaterale richiesto dall’art. 572 c.p.

Nel caso di specie il processo aveva accertato come il marito avesse «posto la consorte in una situazione di sudditanza psicologica, esercitando nei suoi confronti violenza fisica e psicologica, e in particolare percuotendola in più occasioni, cagionandole lesioni, insultandola e umiliandola, sminuendone il ruolo di madre, sottoponendola a controllo invasivo, monitorandone i movimenti e impedendole di partecipare a incontri di fede e di coltivare amicizie»

La Corte di Cassazione nel porre la parola fine all’iter giudiziario ha chiarito che  sono gravi e punibili ai sensi dell’art. 572 c.p. anche quelle condotte violente che sono «intervallate nel tempo» anche se “contrastate, infruttuosamente, dal coniuge».

In conclusione, per ritenere integrato il delitto di maltrattamenti in famiglia quello che rileva è che le abituali condotte persecutorie «abbiano finito per concretizzare una stabile alterazione delle relazioni di coppia, così da comportare una sostanziale compromissione della dignità morale e fisica» della vittima, nonostante i tentativi di reazione della stessa.

Avv. Alessandro Calogiuri

– Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 8312/19; depositata il 25 febbraio 2019

Omicidio e Lesioni Stradali: revoca automatica della patente solo in caso di ebbrezza alcolica o alterazione da stupefacenti.

La legge n. 41 del 2016, dietro la spinta di un bisogno sentito in maniera molto forte da una larga parte della cittadinanza a causa del crescente fenomeno di morti o gravi lesioni causate da c.d. “pirati della strada”, ha introdotto nel nostro ordinamento penale due nuove fattispecie incriminatrici: gli articoli 589 bis e 590 bis c.p. che incriminano rispettivamente il delitto di omicidio stradale e quello di les,ioni personali stradali gravi o gravissime.
Con tale operazione innovatrice sono state inasprite le sanzioni previste per le previgenti fattispecie che aggravavano i delitti di omicidio colposo e lesioni colpose.
Tale disciplina, anche a causa dell’estrema severità delle pene prospettate, ha sollevato l’attenzione della Giurisprudenza Costituzionale.

Con comunicato stampa del 20.02.2019 La Corte Costituzionale, in attesa della pubblicazione delle motivazioni della sentenza, ha comunicato in primis che è stato positivamente superato il vaglio di costituzionalità con riferimento al divieto, per il giudice, di considerare prevalente o equivalente la circostanza attenuante speciale della “responsabilità non esclusiva” dell’imputato (c.d. concorso di colpa del danneggiato) rispetto alle concorrenti aggravanti speciali previste per questi reati, tra cui la guida in stato di ebbrezza alcolica o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.
Inoltre, nella medesima occasione la Consulta ha dichiarato la non costituzionalità dell’art. 222 CdS nella parte in cui è previsto che venga automaticamente disposta la revoca della patente di guida in tutti i casi di condanna per omicidio e lesioni stradali.
Nello specifico tale revoca automatica è stata ritenuta legittima solo a seguito di condanna per reati stradali aggravati dallo stato di ebbrezza o di alterazione psicofisica per l’assunzione di droghe.
Nelle altre ipotesi il suddetto automatismo è stato escluso ed è stato viceversa riconosciuto al giudice il potere/dovere di procedere ad una valutazione caso per caso, per decidere se applicare, in vece della revoca, la meno grave sanzione della sospensione della patente.

-Corte costituzionale – comunicato stampa del 20.2.2019

Avv. Alessandro Calogiuri

Mai sparlare degli assenti…..neppure in un gruppo whattsapp

I “gruppi” whatsapp sono diventati parte integrante delle nostre vite, li usiamo per lavoro, per mantenere i contatti con amici lontani, per organizzare eventi e anche solo per divertirsi…l’importante è ricordarsi sempre che, anche on line vigono le regole del diritto penale, tanto che offendere pesantemente un soggetto non inserito in un gruppo whatsapp è condotta da ritenersi idonea a motivare una condanna per il delitto di diffamazione.

Secondo l’art. 595 c.p. commette il delitto di diffamazione “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente (ingiuria, oggi fattispecie depenalizzata), comunicando con più persone , offende l’altrui reputazione, è punito (a querela della persona offesa) con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro.

Ai fini della configurabilità del reato di diffamazione è necessario quindi che la persona offesa non sia presente o, almeno, che non sia stata in grado di percepire l’offesa.

Con tale norma l’ordinamento si propone di tutelare il bene giuridico costituzionalmente tutelato rappresentato dall’onore del soggetto vittima delle offese. Con tale nozione, che rischia di apparire generica, si intende in senso soggettivo il sentimento e l’idea che ciascuno ha di sé ed in senso oggettivo il rispetto e la stima di cui un dato soggetto gode presso il gruppo sociale nel quale svolge la propria vita ed esercita i propri diritti (c.d. reputazione)

Per quanto riguarda le offese postate in un gruppo whatsapp, i magistrati della Suprema Corte di Cassazione hanno recentemente statuito che rientrano nella norma incriminatrice di cui si tratta anche gli insulti messi per iscritto in una chat di gruppo e rivolti a una persona non inserita nel suddetto gruppo di conversazione.

Avv. Alessandro Calogiuri

-Cassazione, sentenza n. 7904/19, sez. V Penale, depositata il 21 febbraio

 

Uxoricidio: L. 4/2018, maggior tutela per chi rimane…

I casi di omicidio del coniuge/partner, altresì detto Uxoricidio, sono purtroppo all’ordine del giorno, riempiono le pagine dei nostri giornali, le aule dei nostri tribunali e le poltrone dei talk show televisivi.
Un fenomeno crescente di spregio per la vita umana che sembra ormai inarrestabile e che, anzi, sembra autoalimentarsi producendo delitti sempre più frequenti ed efferati.
Al centro dell’attenzione giudiziaria, e conseguentemente di quella mediatica, sono i volti e le storie delle vittime e dei loro carnefici in un costante equilibrismo tra sete di giustizia, bisogno di comprendere e morboso voyeurismo…chi resta viene invece dimenticato.
I figli di quelle famiglie distrutte dallo sconsiderato gesto di un istante restano come ombre sullo sfondo di storie più grandi di loro, senza che la loro voce venga ascoltata e che venga loro garantita una giusta ed effettiva tutela.
Proprio a tale stortura tenta finalmente di porre rimedio il legislatore che con la legge n. 4 dell’11 gennaio 2018 ridisegna in più parti codice penale e codice civile per tutelare maggiormente gli orfani frutto di delitti consumati tra le mura domestiche. 

Vari sono i profili di novità che meritano di essere analizzati.

Iniziamo dalle modifiche al codice penale e al codice di procedura penale:

– Innanzitutto, viene inasprito il trattamento sanzionatorio per l’omicidio del coniuge. Infatti, con la modifica dell’art 577 c.p. viene innalzato il limite edittale per l’uxoricidio passando dall’originaria pena della reclusione da 24 a 30 anni alla previsione della pena dell’ergastolo.  A tal fine la figura del coniuge viene parificata a quella del coniuge legalmente separato, della parte dell’unione civile e del soggetto legato all’assassino da una stabile relazione sentimentale. Rimane invece punito con la reclusione da 24 a 30 anni l’omicidio del coniuge divorziato o della parte cessata dell’unione civile;

– ai figli superstiti, se minorenni o maggiorenni non autosufficienti, viene ora concretamente garantito il diritto ad una difesa tecnica effettiva, posto che sarà loro garantito l’accesso al Gratuito Patrocinio a spese dello Stato a prescindere da valutazioni circa le soglie di reddito;

– il legislatore pone poi attenzione alle legittime istanze risarcitorie delle vittime riformando l’art. 316 c.p.p. che oggi prevede la sussistenza in capo al P.M. l’obbligo di richiedere, in ogni stato e grado del processo, il sequestro conservativo sui beni dell’indagato/imputato in presenza di figli superstiti minorenni o maggiorenni non autosufficienti;

– la medesima ratio si pone dietro la novella dell’art. 539 c.p.p., a cui è inserito un nuovo c.2 bis il quale prevede, in presenza di figli non autosufficienti della vittima che si siano costituiti parte civile, che in caso di condanna il giudice sia tenuto ad assegnare una somma a titolo di provvisionale pari almeno al 50% del danno che presumibilmente verrà liquidato in sede civile, disponendo inoltre che il sequestro conservativo dei beni dell’imputato si converta in pignoramento proporzionalmente alla provvisionale concessa;

Il legislatore estende poi il suo intervento anche alla materia civilistica:

– viene novellato l’art. 463 bis c.c. che ora prevede la sospensione sino all’esito del processo penale della successione nei diritti della vittima dell’indagato per uxoricidio, anche tentato. Viene altresì previsto che in caso di condanna, anche a seguito di patteggiamento, il condannato venga escluso dalla successione in quanto indegno a succedere;

–  parimente nei confronti dell’imputato si sospende il diritto a percepire la pensione di reversibilità della vittima, diritto che si estingue integralmente qualora intervenga una condanna;

– si prevede in favore delle vittime assistenza medico–psicologica gratuita;

– ed infine i superstiti vengono autorizzati al cambio di cognome qualora questo coincida con quello del genitore colpito da una condanna passata in giudicato.

In conclusione, la novella ex L. 4/2018 si pone come un intervento complesso e sicuramente non perfetto ma che grazie al suo approccio multilivello tenta finalmente di fornire una adeguata tutela ai soggetti più deboli che spesso vengono dimenticati dalle istituzioni e dalla società.

Avv. Alessandro Calogiuri

 

ANCHE A SAN VALENTINO IL MENU’ NON DEVE NASCONDERE SORPRESE

I ristoratori si preoccupano di fornire alla clientela un locale raffinato ed accogliente, un ottimo servizio, impiattamenti scenici e menù che fanno viaggiare la mente prima del palato, ma quando si finisce sotto le attenzioni dell’autorità giudiziaria a fare la differenza tra una condanna ed una assoluzione è spesso un piccolo asterisco nella parte bassa del menù.

Il menù è infatti ben più che una mera elencazione delle possibilità di scelta che vengono offerte alla clientela. Esso va infatti giuridicamente qualificato come una vera e propria proposta contrattuale formulata dal ristoratore nei confronti dei suoi avventori.

Pertanto è bene che il ristoratore vi indichi in maniera veritiera tutte le caratteristiche del prodotto che poi i clienti si troveranno nel piatto, rischiando altrimenti una incriminazione per frode nell’esercizio del commercio.

Il suddetto reato, p.e p. dall’ art. 515 c.p., punisce  “Chiunque, nell’esercizio di un’attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a euro 2.065”. 

E’ norma incriminatrice diretta quindi a reprimere condotte dell’alienante tese a consegnare all’acquirente una cosa diversa da quella pattuita o dichiarata e a tutelare il bene giuridico rappresentato dall’interesse della collettività alla lealtà nei rapporti commerciali, nonché gli interessi patrimoniali dell’acquirente.

Sul punto esemplare è quanto statuito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 4735/18 nel caso relativo ad un locale trovato in possesso di prodotti surgelati senza che vi fosse alcuna indicazione nel menù circa la possibile utilizzazione di tale tipologia di ingredienti.

Premesso quindi che il menù deve essere considerato una vera e propria proposta contrattuale, il fatto che all’interno di un ristorante vengano rintracciati prodotti surgelati non indicati nel menù è stato ritenuto dalla Suprema Corte elemento idoneo a far scattare per il ristoratore una condanna per tentativo di frode in commercio.

La disponibilità di tali prodotti è stato ritenuto elemento sufficiente ad integrare quegli atti idonei e diretti in maniera non equivoca a consegnare ai consumatori prodotti di origine diversa rispetto a quanto dichiarato necessari per l’integrazione del tentativo, dal momento che è stata considerata dimostrativa dell’intenzione del ristoratore di vendere un prodotto difforme rispetto a quanto indicato nel menù.

Pertanto, che siate consumatori o  ristoratori…occhio all’asterisco!

Avv. Alessandro Calogiuri 

– Cass. Sez. III Pen. sent. n. 4735/18 dep. 1.2.2018

Riscuotere la pensione di un defunto…Truffa o indebita percezione?

La Corte di Cassazione, decidendo un caso relativo all’annosa, e tipicamente italica, questione di soggetti che omettono di dichiarare la morte del parente, o ne dichiarano falsamente la permanenza in vita, al fine di continuare a percepire il relativo trattamento pensionistico, si occupa nuovamente di stabilire e concretizzare i criteri risolutivi del conflitto apparente di norme che interessa la fattispecie di “indebita percezione di erogazioni a danno dello stato” prevista dall’art. 316 ter c.p. e quella, ben più grave, di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” di cui all’art. 640 bis c.p.

La Corte concentrando il focus della propria analisi sulle caratteristiche della condotta posta in essere dal soggetto agente ritiene che il meno grave delitto di “indebita percezione di erogazioni a danno dello stato, secondo il quale è punito “…chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dall’ Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità Europee…”, è ravvisabile nell’ipotesi in cui la pensione di titolarità del  soggetto deceduto venga percepita da soggetto non legittimato in conseguenza di una condotta meramente omissiva (ad es. il soggetto in vita, cointestatario di conto corrente insieme al pensionato, che omette di comunicarne la dipartita all’ente previdenziale) o di una condotta attiva che comunque non vada ad intaccare l’attività di accertamento dell’ente inducendolo in errore, in quanto l’ente è chiamato unicamente ad attestare l’esistenza della formale attestazione senza verificarne il contenuto (ad es. la produzione di una falsa autocertificazione in ipotesi in cui l’ente sia chiamato a prendere meramente atto senza compiere alcuna autonoma attività di accertamento).

Diversamente, per ritenersi sussistente il delitto p. e p. dall’ art. 640 bis c.p. (“Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”) dovrà individuarsi l’ulteriore requisito dell’induzione in errore della amministrazione, che dovrà concretizzarsi in una condotta attiva (i c.d. “…artifizi e raggiri…”) idonea a incidere sull’attività di verifica e valutazione cui è chiamato l’ente erogatore.

Nel caso di specie la Corte ha ritenuto doversi individuare la più grave fattispecie di cui all’art. 640 bis c.p. nella condotta di un soggetto che, nonostante la dipartita del legittimo beneficiario, si presenti a riscuotere la pensione in qualità di delegato dello stesso, sottoponendosi quindi ad una identificazione da parte dell’ente e dichiarando falsamente la permanenza in vita del proprio congiunto.

In tale ipotesi la complessa condotta posta in essere (falsa dichiarazione e falsificazione della documentazione) è stata ritenuta idonea a sviare l’attività di accertamento cui era chiamato l’ente, tenuto non solo a prendere meramente atto di quanto dichiarato ma anche a verificarne la verità, inducendolo così in errore, condizione che è elemento costitutivo del delitto di truffa.

In conclusione, deve ormai ritenersi ben chiaro il confine tra le fattispecie di cui agli artt. 316 ter e 640 bis c.p., ossia la sussistenza di una induzione in errore dell’ente pubblico attuata per mezzo di artifizi o raggiri, elemento che presuppone che l’ente sia chiamato a porre in essere una effettiva ed autonoma attività di accertamento, in assenza della quale dovrà ritenersi integrata esclusivamente la più lieve fattispecie di indebita percezione.

 

Avv. Alessandro Calogiuri

 

– Cass. Sez. II Pen. Sent. n. 40260/17; dep. 05/09/2017

Da “leone da tastiera” a stalker…il passo è breve.

Coperti da un illusorio velo di impunità spesso online ci si sente onnipotenti e legittimati a sfogare ogni istinto o frustrazione ma è bene prestare attenzione. Infatti, le maglie del sistema penale e la sua interpretazione si stanno rapidamente adeguando alle nuove frontiere digitali del delinquere.
E’ opportuno quindi ponderare bene la pubblicazione sui social network di post e contenuti multimediali che possano essere qualificati come offensivi o comunque pregiudizievoli, posto che essi possono facilmente integrare una condotta diffamatoria aggravata.
Ancora più gravi potrebbero essere le conseguenze qualora la vittima sia presa di mira a mezzo di abituali e reiterati “attacchi telematici”.
Infatti tale condotta può essere ritenuta idonea ad integrare l’elemento oggettivo del delitto di atti persecutori p. e p. dall’art. 612 bis c.p., più comunemente noto come stalking.

Tale interpretazione è stata recentemente confermata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 57764/17, la cui motivazione è stata depositata il 28 dicembre 2017, con cui è stata autorevolmente riconosciuta la possibilità di realizzare attraverso Facebook quelle condotte reiterate di minaccia o molestia, tali “da cagionare nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia o di paura o da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona alla medesima legata da relazione affettiva ovvero da costringere la stessa ad alterare le proprie abitudini di vita”, che l’art. 612 bis c.p. richiede al fine di ritenere integrato il delitto di atti persecutori.

Nel caso di specie l’imputato, a seguito della non condivisa rivelazione da parte della sua amante alla moglie della relazione extraconiugale intercorrente tra i due, iniziava nei confronti della donna una costante ed abituale opera pubblicazione di messaggi ingiuriosi e minacciosi e creava altresì un profilo Facebook dal carattere altamente denigratorio.
Tali condotte sono state ritenute idonee ad integrare il delitto sopra tratteggiato in quanto comportanti la reiterata diffusione di «dati, veri o falsi, fortemente dannosi e fonte di inquietudine per la parte offesa»; ansia e paura che sono state ritenute provate dalla persona offesa documentando la prescrizione di ansiolitici e il ricorso ad un sostegno psicoterapico.
Viene invece ritenuta del tutto irrilevante al fine della sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta una delle difese infruttuosamente sollevate dall’imputato, ossia il fatto che la persona offesa avesse la possibilità di ignorare tali contenuti semplicemente non accedendo al proprio profilo.

In conclusione, è bene rammentare sempre che il mondo virtuale non è altro che una proiezione di quello reale in cui ogni giorno ci muoviamo e, pertanto, un delitto rimane tale anche se commesso on line.

Avv. Alessandro Calogiuri

– Cass. Sez. V Pen. Sent. n. 57764/17; dep. 28/12/2017