Uxoricidio: L. 4/2018, maggior tutela per chi rimane…

I casi di omicidio del coniuge/partner, altresì detto Uxoricidio, sono purtroppo all’ordine del giorno, riempiono le pagine dei nostri giornali, le aule dei nostri tribunali e le poltrone dei talk show televisivi.
Un fenomeno crescente di spregio per la vita umana che sembra ormai inarrestabile e che, anzi, sembra autoalimentarsi producendo delitti sempre più frequenti ed efferati.
Al centro dell’attenzione giudiziaria, e conseguentemente di quella mediatica, sono i volti e le storie delle vittime e dei loro carnefici in un costante equilibrismo tra sete di giustizia, bisogno di comprendere e morboso voyeurismo…chi resta viene invece dimenticato.
I figli di quelle famiglie distrutte dallo sconsiderato gesto di un istante restano come ombre sullo sfondo di storie più grandi di loro, senza che la loro voce venga ascoltata e che venga loro garantita una giusta ed effettiva tutela.
Proprio a tale stortura tenta finalmente di porre rimedio il legislatore che con la legge n. 4 dell’11 gennaio 2018 ridisegna in più parti codice penale e codice civile per tutelare maggiormente gli orfani frutto di delitti consumati tra le mura domestiche. 

Vari sono i profili di novità che meritano di essere analizzati.

Iniziamo dalle modifiche al codice penale e al codice di procedura penale:

– Innanzitutto, viene inasprito il trattamento sanzionatorio per l’omicidio del coniuge. Infatti, con la modifica dell’art 577 c.p. viene innalzato il limite edittale per l’uxoricidio passando dall’originaria pena della reclusione da 24 a 30 anni alla previsione della pena dell’ergastolo.  A tal fine la figura del coniuge viene parificata a quella del coniuge legalmente separato, della parte dell’unione civile e del soggetto legato all’assassino da una stabile relazione sentimentale. Rimane invece punito con la reclusione da 24 a 30 anni l’omicidio del coniuge divorziato o della parte cessata dell’unione civile;

– ai figli superstiti, se minorenni o maggiorenni non autosufficienti, viene ora concretamente garantito il diritto ad una difesa tecnica effettiva, posto che sarà loro garantito l’accesso al Gratuito Patrocinio a spese dello Stato a prescindere da valutazioni circa le soglie di reddito;

– il legislatore pone poi attenzione alle legittime istanze risarcitorie delle vittime riformando l’art. 316 c.p.p. che oggi prevede la sussistenza in capo al P.M. l’obbligo di richiedere, in ogni stato e grado del processo, il sequestro conservativo sui beni dell’indagato/imputato in presenza di figli superstiti minorenni o maggiorenni non autosufficienti;

– la medesima ratio si pone dietro la novella dell’art. 539 c.p.p., a cui è inserito un nuovo c.2 bis il quale prevede, in presenza di figli non autosufficienti della vittima che si siano costituiti parte civile, che in caso di condanna il giudice sia tenuto ad assegnare una somma a titolo di provvisionale pari almeno al 50% del danno che presumibilmente verrà liquidato in sede civile, disponendo inoltre che il sequestro conservativo dei beni dell’imputato si converta in pignoramento proporzionalmente alla provvisionale concessa;

Il legislatore estende poi il suo intervento anche alla materia civilistica:

– viene novellato l’art. 463 bis c.c. che ora prevede la sospensione sino all’esito del processo penale della successione nei diritti della vittima dell’indagato per uxoricidio, anche tentato. Viene altresì previsto che in caso di condanna, anche a seguito di patteggiamento, il condannato venga escluso dalla successione in quanto indegno a succedere;

–  parimente nei confronti dell’imputato si sospende il diritto a percepire la pensione di reversibilità della vittima, diritto che si estingue integralmente qualora intervenga una condanna;

– si prevede in favore delle vittime assistenza medico–psicologica gratuita;

– ed infine i superstiti vengono autorizzati al cambio di cognome qualora questo coincida con quello del genitore colpito da una condanna passata in giudicato.

In conclusione, la novella ex L. 4/2018 si pone come un intervento complesso e sicuramente non perfetto ma che grazie al suo approccio multilivello tenta finalmente di fornire una adeguata tutela ai soggetti più deboli che spesso vengono dimenticati dalle istituzioni e dalla società.

Avv. Alessandro Calogiuri

 

Quando la neve si scioglie…

La gelida perturbazione pittorescamente rinominata “Burian” ha flagellato per giorni la nostra penisola.
Temperature sotto-zero si sono accompagnate ad un manto candido che tutto ha ricoperto.
Situazione tanto suggestiva quanto fonte di disturbo, inconvenienti e, spesso, danni inaspettati a causa del ghiaccio e della neve accumulatesi sul manto stradale.
I maggiori danni si manifestano proprio quando la neve si scioglie, momento nel quale le nostre strade si riscoprono tappezzate di crateri e a farne le spese siamo spesso noi automobilisti.
Resta da capire se, a quali condizioni e nei confronti di chi sia possibile rivalersi. 

Affronteremo la questione analizzando principi giuridici applicabili non solo all’ipotesi di danni all’autovettura causati da buche stradali non tempestivamente riparate ma anche ai frequenti casi di incidenti causati da lastre di ghiaccio sull’asfalto o di cadute dovute a passaggi pedonali resi impraticabili.

Sul punto la norma di riferimento è l’art. 2051 del codice civile che prevede che “Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito” ed in materia di “buche stradali” la giurisprudenza è copiosa ed in costante evoluzione.
Tale responsabilità afferisce al genus della responsabilità oggettiva, per la cui configurazione è sufficiente la prova da parte del danneggiato del danno e del nesso di causalità tra il danno e la cosa, senza che a nulla rilevi la condotta colposa o meno del custode, il quale viene ritenuto responsabile semplicemente per l’esistenza di un rapporto di dominio di fatto con la cosa.
Tale responsabilità può essere evitata dal custode solo con la prova della sussistenza del c.d. caso fortuito.
Circa l’interpretazione della suddetta locuzione sono stati scritti fiumi di dottrina e giurisprudenza, arrivando ad identificare il caso fortuito in quel fatto, naturale o del terzo, connotato da imprevedibilità ed inevitabilità in senso oggettivo.
Per quanto di nostro interesse occorre quindi chiedersi se e a quali condizioni le precipitazioni atmosferiche possa ritenersi “caso fortuito” e quindi idonee ad essere individuate come causa da sola sufficiente a determinare l’evento dannoso e, conseguentemente, ad elidere la responsabilità del custode.
La Corte di Cassazione si è di recente pronunciata sul punto e ha chiarito che anche per quanto riguarda le precipitazioni atmosferiche la loro riconducibilità all’ipotesi del caso fortuito è condizionata dal possesso dei caratteri dell’eccezionalità e dell’imprevedibilità, dovendo quindi sostanziarsi in un avvenimento imprevedibile, imponderabile che si inserisca improvvisamente nella serie causale come fattore determinante l’evento in maniera autonoma.
Dunque, l’accertamento del fortuito rappresentato dall’evento naturale deve essere essenzialmente orientato da dati scientifici di stampo statistico.
È evidente quindi come anche grazie alle crescenti competenze tecnico -scientifiche in tema di meteorologia sia sempre più difficile ritenere integrato il suddetto requisito, posto che le precipitazioni atmosferiche sono oramai facilmente prevedibili e, pertanto, il custode non potrà salvo casi eccezionali invocarle a sua scusa, posto che è francamente difficilmente sostenerne l’imprevedibilità e l’inevitabilità degli effetti

Se hai subito danni a causa delle recenti precipitazioni atmosferiche contatta lo studio per valutare la possibilità di richiedere un risarcimento dei danni subiti.

Avv. Alessandro Calogiuri

  • Cass., Sez. III Civ., ordinanza n. 2482 del 1 febbraio 2018

ANCHE A SAN VALENTINO IL MENU’ NON DEVE NASCONDERE SORPRESE

I ristoratori si preoccupano di fornire alla clientela un locale raffinato ed accogliente, un ottimo servizio, impiattamenti scenici e menù che fanno viaggiare la mente prima del palato, ma quando si finisce sotto le attenzioni dell’autorità giudiziaria a fare la differenza tra una condanna ed una assoluzione è spesso un piccolo asterisco nella parte bassa del menù.

Il menù è infatti ben più che una mera elencazione delle possibilità di scelta che vengono offerte alla clientela. Esso va infatti giuridicamente qualificato come una vera e propria proposta contrattuale formulata dal ristoratore nei confronti dei suoi avventori.

Pertanto è bene che il ristoratore vi indichi in maniera veritiera tutte le caratteristiche del prodotto che poi i clienti si troveranno nel piatto, rischiando altrimenti una incriminazione per frode nell’esercizio del commercio.

Il suddetto reato, p.e p. dall’ art. 515 c.p., punisce  “Chiunque, nell’esercizio di un’attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a euro 2.065”. 

E’ norma incriminatrice diretta quindi a reprimere condotte dell’alienante tese a consegnare all’acquirente una cosa diversa da quella pattuita o dichiarata e a tutelare il bene giuridico rappresentato dall’interesse della collettività alla lealtà nei rapporti commerciali, nonché gli interessi patrimoniali dell’acquirente.

Sul punto esemplare è quanto statuito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 4735/18 nel caso relativo ad un locale trovato in possesso di prodotti surgelati senza che vi fosse alcuna indicazione nel menù circa la possibile utilizzazione di tale tipologia di ingredienti.

Premesso quindi che il menù deve essere considerato una vera e propria proposta contrattuale, il fatto che all’interno di un ristorante vengano rintracciati prodotti surgelati non indicati nel menù è stato ritenuto dalla Suprema Corte elemento idoneo a far scattare per il ristoratore una condanna per tentativo di frode in commercio.

La disponibilità di tali prodotti è stato ritenuto elemento sufficiente ad integrare quegli atti idonei e diretti in maniera non equivoca a consegnare ai consumatori prodotti di origine diversa rispetto a quanto dichiarato necessari per l’integrazione del tentativo, dal momento che è stata considerata dimostrativa dell’intenzione del ristoratore di vendere un prodotto difforme rispetto a quanto indicato nel menù.

Pertanto, che siate consumatori o  ristoratori…occhio all’asterisco!

Avv. Alessandro Calogiuri 

– Cass. Sez. III Pen. sent. n. 4735/18 dep. 1.2.2018

Parcheggio e Violenza Privata….a quali condizioni?

Larga parte del nostro tempo e delle nostre giornate le passiamo dietro il volante e, spesso, l’autovettura diviene strumento, o pretesto, di condotte che rischiano di veder riverberare le proprie conseguenze in ambito penale.
In tale ambito sempre più frequenti sono i fenomeni di c.d. “road rage”, ossia il dare sfogo ai più reconditi istinti dell’animo umano perché mossi dall’aver subito soprusi, o presunti tali, mentre ci si trova alla guida.
La Giurisprudenza si è ultimamente trovata a dover analizzare tale fenomeno nel tentativo di delineare gli stretti confini in cui condotte di ostruzionismo automobilistico possono arrivare ad integrare il delitto di “Violenza Privata” p. e p. ex art. 610 c.p.

Prima di scendere nel dettaglio è opportuno tratteggiare i canoni che identificano la suddetta fattispecie incriminatrice.
L’art. 610 c.p. sancisce che “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a quattro anni…” pertanto, per ritenere integrato il suddetto illecito il soggetto attivo della condotta dovrà porre in essere, sul piano oggettivo, l’esercizio di una violenza fisica o morale o la prospettazione di un male ingiusto da lui dipendente teso a costringere il soggetto passivo della condotta, la persona offesa, a fare, tollerare od omettere una condotta determinata.
Tale ultimo elemento risulta di fondamentale importanza posto che in assenza di tale requisito finalistico (..costringe altri a..) non si potrebbe parlare di Violenza Privata ma dovrebbe analizzarsi la possibile integrazione dei singoli reati di minaccia, molestia o percosse.
Pertanto è essenziale che la condotta violenta o minacciosa posta in essere abbia determinato una situazione di costrizione ingiusta che determini la perdita o la significativa compressione della capacità di autodeterminazione o di movimento del soggetto passivo.
Chiarita la fattispecie di cui stiamo parlando cerchiamo ora di capire se, e a quali condizioni, ostacolare un’altra autovettura con la propria possa essere punibile ai sensi dell’art. 610 c.p.
La Giurisprudenza di fine 2017 ed inizio 2018 ha offerto plurime pronunce sul punto, osservando la situazione da differenti prospettive.
La Corte di Cassazione con la Sentenza n. 53978/17 ha chiarito che la condotta di un soggetto che, durante una discussione, parcheggi la propria autovettura talmente vicina a quella del suo interlocutore così da impedirne la discesa dalla sua portiera e costringendolo a scendere dal lato passeggero deve essere ritenuta condotta integrante atti di “Violenza Privata”.
Conclusione motivata dal fatto che tale comportamento è stato ritenuto concretamente idoneo ad integrare quella violenza idonea a condizionare pesantemente la libertà di autodeterminazione e movimento della persona offesa che, come detto, è richiesta dalla norma incriminatrice in commento, posto che la “violenza” deve essere individuata in “qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offesa della libertà di determinazione e di azione”.
Il parcheggiare con l’evidente volontà di impedire la discesa del guidatore non va però confuso con la, ben più comune condotta, del parcheggiare rendendo volontariamente, per ripicca, difficoltosa la manovra all’auto del vicino di parcheggio.
La Suprema Corte si è trovata a dover interpretare proprio tale fattispecie e con la sentenza n. 1912/18 ha chiarito come tale ultima condotta, seppur censurabile, non è ritenuta idonea ad integrare gli elementi costitutivi dell’art. 610 c.p., questo perché il rendere difficoltosa la manovra non è condotta che impedisce categoricamente il transito dell’auto lesa e, pertanto, la mera difficoltà di manovra non è idonea ad integrare quella violenza diretta a costringere che è richiesta per parlare di violenza privata posto che non determina alcun impedimento assoluto.
È invece evidente la punibilità di un soggetto che volontariamente occupi la sede stradale con la propria autovettura impedendo così ad un altro veicolo di ripartire.
Lo hanno statuito gli Ermellini nella pronuncia n. 5358/18 chiarendo come “il fatto stesso di impedire ad altri automobilisti di transitare sulla strada pubblica o di riprendere la marcia» deve ritenersi sufficiente ai fini dell’integrazione del delitto di «violenza privata».

Avv. Alessandro Calogiuri

– Cass. sez. V Pen., sentenza n. 53978/17 dep. 30.11.2017
– Cass. sez. V Pen., sentenza n. 1912/18 dep. 17.1.2018
– Cass. sez. V Pen., sentenza n. 5358/18 dep. 5.2.2018

Riscuotere la pensione di un defunto…Truffa o indebita percezione?

La Corte di Cassazione, decidendo un caso relativo all’annosa, e tipicamente italica, questione di soggetti che omettono di dichiarare la morte del parente, o ne dichiarano falsamente la permanenza in vita, al fine di continuare a percepire il relativo trattamento pensionistico, si occupa nuovamente di stabilire e concretizzare i criteri risolutivi del conflitto apparente di norme che interessa la fattispecie di “indebita percezione di erogazioni a danno dello stato” prevista dall’art. 316 ter c.p. e quella, ben più grave, di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” di cui all’art. 640 bis c.p.

La Corte concentrando il focus della propria analisi sulle caratteristiche della condotta posta in essere dal soggetto agente ritiene che il meno grave delitto di “indebita percezione di erogazioni a danno dello stato, secondo il quale è punito “…chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dall’ Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità Europee…”, è ravvisabile nell’ipotesi in cui la pensione di titolarità del  soggetto deceduto venga percepita da soggetto non legittimato in conseguenza di una condotta meramente omissiva (ad es. il soggetto in vita, cointestatario di conto corrente insieme al pensionato, che omette di comunicarne la dipartita all’ente previdenziale) o di una condotta attiva che comunque non vada ad intaccare l’attività di accertamento dell’ente inducendolo in errore, in quanto l’ente è chiamato unicamente ad attestare l’esistenza della formale attestazione senza verificarne il contenuto (ad es. la produzione di una falsa autocertificazione in ipotesi in cui l’ente sia chiamato a prendere meramente atto senza compiere alcuna autonoma attività di accertamento).

Diversamente, per ritenersi sussistente il delitto p. e p. dall’ art. 640 bis c.p. (“Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”) dovrà individuarsi l’ulteriore requisito dell’induzione in errore della amministrazione, che dovrà concretizzarsi in una condotta attiva (i c.d. “…artifizi e raggiri…”) idonea a incidere sull’attività di verifica e valutazione cui è chiamato l’ente erogatore.

Nel caso di specie la Corte ha ritenuto doversi individuare la più grave fattispecie di cui all’art. 640 bis c.p. nella condotta di un soggetto che, nonostante la dipartita del legittimo beneficiario, si presenti a riscuotere la pensione in qualità di delegato dello stesso, sottoponendosi quindi ad una identificazione da parte dell’ente e dichiarando falsamente la permanenza in vita del proprio congiunto.

In tale ipotesi la complessa condotta posta in essere (falsa dichiarazione e falsificazione della documentazione) è stata ritenuta idonea a sviare l’attività di accertamento cui era chiamato l’ente, tenuto non solo a prendere meramente atto di quanto dichiarato ma anche a verificarne la verità, inducendolo così in errore, condizione che è elemento costitutivo del delitto di truffa.

In conclusione, deve ormai ritenersi ben chiaro il confine tra le fattispecie di cui agli artt. 316 ter e 640 bis c.p., ossia la sussistenza di una induzione in errore dell’ente pubblico attuata per mezzo di artifizi o raggiri, elemento che presuppone che l’ente sia chiamato a porre in essere una effettiva ed autonoma attività di accertamento, in assenza della quale dovrà ritenersi integrata esclusivamente la più lieve fattispecie di indebita percezione.

 

Avv. Alessandro Calogiuri

 

– Cass. Sez. II Pen. Sent. n. 40260/17; dep. 05/09/2017

Da “leone da tastiera” a stalker…il passo è breve.

Coperti da un illusorio velo di impunità spesso online ci si sente onnipotenti e legittimati a sfogare ogni istinto o frustrazione ma è bene prestare attenzione. Infatti, le maglie del sistema penale e la sua interpretazione si stanno rapidamente adeguando alle nuove frontiere digitali del delinquere.
E’ opportuno quindi ponderare bene la pubblicazione sui social network di post e contenuti multimediali che possano essere qualificati come offensivi o comunque pregiudizievoli, posto che essi possono facilmente integrare una condotta diffamatoria aggravata.
Ancora più gravi potrebbero essere le conseguenze qualora la vittima sia presa di mira a mezzo di abituali e reiterati “attacchi telematici”.
Infatti tale condotta può essere ritenuta idonea ad integrare l’elemento oggettivo del delitto di atti persecutori p. e p. dall’art. 612 bis c.p., più comunemente noto come stalking.

Tale interpretazione è stata recentemente confermata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 57764/17, la cui motivazione è stata depositata il 28 dicembre 2017, con cui è stata autorevolmente riconosciuta la possibilità di realizzare attraverso Facebook quelle condotte reiterate di minaccia o molestia, tali “da cagionare nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia o di paura o da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona alla medesima legata da relazione affettiva ovvero da costringere la stessa ad alterare le proprie abitudini di vita”, che l’art. 612 bis c.p. richiede al fine di ritenere integrato il delitto di atti persecutori.

Nel caso di specie l’imputato, a seguito della non condivisa rivelazione da parte della sua amante alla moglie della relazione extraconiugale intercorrente tra i due, iniziava nei confronti della donna una costante ed abituale opera pubblicazione di messaggi ingiuriosi e minacciosi e creava altresì un profilo Facebook dal carattere altamente denigratorio.
Tali condotte sono state ritenute idonee ad integrare il delitto sopra tratteggiato in quanto comportanti la reiterata diffusione di «dati, veri o falsi, fortemente dannosi e fonte di inquietudine per la parte offesa»; ansia e paura che sono state ritenute provate dalla persona offesa documentando la prescrizione di ansiolitici e il ricorso ad un sostegno psicoterapico.
Viene invece ritenuta del tutto irrilevante al fine della sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta una delle difese infruttuosamente sollevate dall’imputato, ossia il fatto che la persona offesa avesse la possibilità di ignorare tali contenuti semplicemente non accedendo al proprio profilo.

In conclusione, è bene rammentare sempre che il mondo virtuale non è altro che una proiezione di quello reale in cui ogni giorno ci muoviamo e, pertanto, un delitto rimane tale anche se commesso on line.

Avv. Alessandro Calogiuri

– Cass. Sez. V Pen. Sent. n. 57764/17; dep. 28/12/2017

Riforma delle intercettazioni: il nuovo 617 septies c.p.

Il 29 dicembre scorso il Consiglio dei Ministri ha definitivamente approvato il decreto legislativo che riforma la disciplina delle intercettazioni nel processo penale attuando così la delega contenuta nell’art. 1, c. 84 della L. 23 giugno 2017 n.103.
La modifica entrerà in vigore dopo sei mesi dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (unica eccezione sarà per la nuova previsione relativa alla pubblicabilità dell’ordinanza di custodia cautelare che sarà invece efficace trascorso un anno), la pubblicazione al momento è prevista per gennaio.
Si tratta di un intervento riformatore che tenta, forse non riuscendoci, di comporre il difficile equilibrio tra la necessità per le Procure di utilizzare un così fondamentale strumento d’indagine e, dall’altro lato della bilancia, il diritto dei cittadini a non veder immotivatamente compresso il proprio diritto alla riservatezza e alla difesa.

Tralasciando commenti circa l’effettivo equilibrio di questa nuova disciplina la presente riforma tocca vari profili:
Numerose sono le novità dal punto di vista procedurale, come la previsione di un nuovo divieto di trascrizione delle comunicazioni o conversazioni ritenute non rilevanti per le indagini, la modifica della disciplina del deposito degli atti riguardanti le intercettazioni nonché di quella relativa alla selezione del materiale raccolto ed infine viene formalmente disciplinato l’utilizzato dei captatori informatici (i c.d. trojan).
Sicuramente di maggiore interesse per i non addetti ai lavori deve però essere ritenuta l’introduzione di una nuova norma penale sostanziale: all’art. 617 septies del codice penale viene prevista una nuova fattispecie di reato diretta a punire e reprimere la “diffusione di riprese e registrazioni telefoniche”.
Nel tratteggiare la nuova incriminazione il legislatore ha preso atto dei crescenti fenomeni antisociali, ormai spesso all’attenzione delle cronache, rappresentanti dal c.d. cyberbullismo, dal c.d. revenge porn e da tutti quei casi di diffusione non autorizzata di contenuti audio-video fraudolentemente raccolti ed ha tentato di porvi un freno.
La norma si fa carico di reprimere ,e conseguentemente punire con la pena della reclusione fino a 4 anni, “chiunque al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione..” subordinando la procedibilità alla presentazione di atto di querela da parte della persona offesa.
Deve darsi adeguato rilievo alla tipizzazione di una fattispecie di reato a dolo specifico, essendo cioè essenziale che il soggetto che diffonde sia mosso dalla volontà “di recare danno all’altrui reputazione o immagine”.
Per dare maggiore consistenza a tale limitazione della rilevanza penale della condotta il legislatore, sempre nel tentativo di attuare quel difficile equilibrio di cui sopra si diceva, ha previsto delle ipotesi di esclusione della punibilità, ovverosia ipotesi in cui la diffusione dei suddetti materiali non deve essere ritenuta antigiuridica in quanto espressione dell’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti.
La punibilità deve infatti ritenersi esclusa qualora la predetta diffusione derivi dall’utilizzazione dei materiali audio-video fraudolentemente in un procedimento amministrativo o giudiziario, esercitando quindi il diritto di difesa; la punibilità è altresì esclusa qualora la diffusione avvenga in esecuzione del diritto di cronaca.
Pertanto, continua a risultare pienamente lecita la raccolta di materiale audio-video mediante la registrazione di conversazioni a cui il soggetto che registra partecipa, per poi produrlo in giudizio o per produrre contenuti giornalistici che rispettino i confini del suddetto diritto, mentre acquista autonoma rilevanza penale la condotta di chi diffonda “con qualsiasi mezzo” (anche telematico es. whattsapp o facebook…) quel materiale al solo fine di ledere la posizione della persona protagonista di tali registrazioni.

Avv. Alessandro Calogiuri

Occupazione abusiva di immobile e stato di necessità.

La Corte di Cassazione (S. n. 54695/17) ha stabilito che non può ritenersi giustificata la condotta di occupazione abusiva permanente di un immobile tenuta dal padre di una bambina di 3 anni in conseguenza di una contingente situazione di difficoltà economica.

La predetta decisione consente di analizzare, trattando del crescente fenomeno dell’occupazione abusiva di immobili, gli estremi applicativi della causa di giustificazione dello stato di necessità previsto all’art. 54 c.p.
Secondo la suddetta norma “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sè od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, nè altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.
Risulta essenziale quindi verificare se, e a quali condizioni, la condotta concretamente posta in essere da un soggetto in stato di emergenza abitativa possa ritenersi giustificata.
Deve innanzitutto chiarirsi cosa intendere per quel danno grave alla persona che deve spingere il soggetto all’azione illecita.
Con tale espressione si fa riferimento al rischio di lesione di tutti quei beni giuridici costituzionalmente tutelati concernenti l’essenza della persona stessa e i suoi bisogni primari.
Tale pericolo deve poi qualificarsi come altrimenti inevitabile, nel senso che la condotta tipica, astrattamente criminosa, posta in essere dal soggetto agente deve qualificarsi quale unico mezzo che il soggetto aveva a disposizione per evitare il danno.
Inoltre, il fatto concretamente posto in essere deve essere valutato come proporzionato rispetto al pericolo da evitare ed il pericolo deve qualificarsi come transeunte, ossia imminente, circoscritto nel tempo e nello spazio; non permanente o abituale in quanto, qualora il pericolo si qualificasse come permanente, si verrebbe a realizzare un’inammissibile espropriazione senza indennizzo, con conseguente indeterminata occupazione della proprietà (ex multis Cass. pen., sez. II, 43078/2014).
Tornando al caso di specie gli Ermellini hanno pertanto affermato che non si può ritenere giuridicamente e penalmente giustificabile la scelta di un padre di occupare permanentemente un alloggio popolare in dipendenza di una situazione di difficoltà economica, neppure qualora sia stato motivato dalla necessità di trovare accoglienza per la sua bambina di 3 anni.
Come già detto, quanto posto in essere deve inoltre essere qualificato quale unica condotta idonea a neutralizzare il pericolo, situazione che non può ritenersi ricorrente nel caso di cui trattasi, posto che l’imputato ben avrebbe potuto evitare in altro modo il suddetto rischio, ad es. rivolgendosi ad apposite strutture di accoglienza o volontariato.

Avv. Alessandro Calogiuri

– Cass. sez. V Pen. Sent. n. 54695/17, dep. 5/12/2017

Art. 572 c.p.: Se i maltrattamenti continuano dopo la fine della convivenza.

L’art. 572 c.p. punisce la reiterazione abituale di comportamenti lesivi dell’integrità fisica e/o morale, della libertà o del decoro della vittima. Il delitto di “maltrattamenti in famiglia” è un delitto c.d. proprio dal momento che può essere commesso solo dal familiare o dal soggetto che sia comunque legato alla vittima da una relazione di “familiarità”.E’ ormai pacifico che nel concetto di famiglia appena richiamato, debba essere ricompresa anche la convivenza more uxorio, nonché “qualunque relazione sentimentale che, per la consuetudine dei rapporti creati, implichi l’insorgenza di vincoli affettivi e aspettative di assistenza assimilabili a quelli tipici della famiglia o della convivenza abituale».

Permanevano però dubbi interpretativi relativamente a condotte penalmente rilevanti poste in essere in un momento successivo rispetto alla cessazione della convivenza.

Per quanto riguarda la famiglia c.d. tradizionale, fondata sul matrimonio, la Giurisprudenza ritiene pacificamente applicabile l’art. 572 c.p. alla posizione del coniuge separato, mentre a seguito del divorzio eventuali condotte penalmente rilevanti risulteranno riconducibili al dettato dell’art. 612 bis c.p., rubricato “atti persecutori”, soluzione cui si giunge per effetto del venir meno dei doveri di rispetto reciproco, di assistenza morale e materiale e di solidarietà che nascono dal rapporto coniugale.

Riguardo la fine di una convivenza di fatto, la Corte di Cassazione ha recentemente chiarito che il compimento di continui atti di vessazione nei confronti dell’ex convivente rimane sussumibile nella più grave fattispecie di cui all’art.572 c.p. qualora, anche dopo la cessazione della convivenza stessa, permanga tra l’imputato e la vittima una necessità di relazione motivata dall’adempimento dei doveri verso prole nata dalla convivenza.

Avv. Alessandro Calogiuri

-Cass. Sez. VI Pen. Sent. n. 52723/17 dep. 20 novembre 2017

La persecuzione non surroga la proporzione.

In un momento, come quello attuale, di rilevante allarme sociale in cui sembrano essere decaduti i più elementari corollari di buon senso e rispetto della riservatezza altrui e i casi di atti persecutori, il c.d. “stalking”, risultano essere ormai all’ordine del giorno è d’obbligo ricordare, come fa la Suprema Corte, che l’essere, o il ritenere di essere, odiosamente perseguitati non è condizione di per sé idonea a giustificare ogni tipo di reazione.

La decisione del Supremo Consesso che si commenta prende le mosse dal caso di un soggetto imputato per lesioni personali aggravate ai danni di una giovane “stalker”. L’imputato riteneva che nella sua condotta fossero integrati gli estremi applicativi della causa di giustificazione della legittima difesa e portava tale doglianza innanzi alla Corte romana.

La Corte di Cassazione depone per la non sussistenza della legittima difesa e coglie l’occasione per ricordare gli inderogabili presupposti della causa di giustificazione di cui all’art. 52 c.p.

Ricordiamo, per i lettori meno avvezzi al mondo del diritto, quali sono gli elementi strutturali della legittima difesa richiesti ai fini della sua applicazione.

E’ necessario che nella fattispecie concreta si individui la sussistenza in primis di una aggressione ingiusta e di una conseguente reazione legittima.

Tali concetti possono prima facie apparire astratti ed indeterminati, cerchiamo perciò di conferire loro una certa concretezza:

-l’aggressione ingiusta deve sostanziarsi nel pericolo attuale di un’offesa che, se non tempestivamente neutralizzata, può comportare la lesione di un diritto costituzionalmente tutelato;

-la reazione per essere considerata legittima deve essere necessaria e proporzionata.

Deve rappresentare cioè l’unica via disponibile, nel caso concreto, per neutralizzare il suddetto pericolo e inoltre deve essere anche proporzionata rispetto all’offesa, sia in riferimento ai mezzi usati che ai beni giuridici in contrasto. Doppia proporzione che si deve sostanziare nella scelta del mezzo meno lesivo per l’aggressore tra quelli a disposizione ed in un rapporto di prevalenza tra il bene giuridico difeso e quello concretamente leso.

Portando tale analisi nel caso in commento risulta evidente come il vaglio di tale doppia proporzionalità abbia esito negativo, infatti la vittima della persecuzione aveva ragionevolmente altri mezzi a sua disposizione e la sua reazione appare evidentemente sproporzionata posto che una attività persecutoria, pur insopportabile, non può di per sé essere ritenuta presupposto giustificante la commissione del delitto di lesioni personali, per via del differente “peso” dei beni giuridici in contrasto.

Avv. Alessandro Calogiuri

– Cass., sez. V Pen., sent. n. 53313/17, dep. il 23 novembre 2017