Maltrattamenti in famiglia: le dichiarazioni della persona offesa sono fonte di prova idonea a fondare la colpevolezza.

Maltrattamenti in famiglia: asserire “è la sua parola contro la mia” non è difesa sufficiente; le dichiarazioni della persona offesa, ove intrinsecamente attendibili, sono fonte di prova idonea a fondare la colpevolezza.

(Cassazione Penale, Sez. III, sentenza 23 novembre 2020 – 25 gennaio 2021, n. 2911)

Spesso da parte di chi è indagato/imputato di reati particolarmente odiosi commessi nel privato del nucleo familiare si sente proferire la classica frase “è la sua parola contro la mia”, come se questo di per sé fosse sufficiente a raggiungere una assoluzione; non si può nascondere poi la circostanza che spesso è proprio tale elementare asserzione che “incatena” le vittime ad una realtà da cui vorrebbero scappare in quanto convinte di non avere speranza data la assenza di prove che spessissimo è connaturata a situazioni delittuose in cui il soggetto agente controlla e limita ogni ambito della vita della vittima impedendogli di fatto di avere contatti con il mondo esterno. Si tratta infatti di reati che quasi mai hanno testimoni o elementi di prova diretta, anche a causa del legame sentimentale tra le parti della vicenda che spesso porta la vittima a sopportare per lungo tempo, sperando in un miglioramento, e a non denunciare o recarsi al pronto soccorso per paura o addirittura per resistenze nell’agire contro un soggetto che, magari, è proprio il padre dei propri figli.

Pertanto spesso vi è solo la parola della vittima contro la parola dell’accusato.

La Giurisprudenza non è sorda di fronte a questa esigenza, anzi è ben conscia della necessità di una più intensa tutela della dignità della persona offesa, tanto che è ormai ius receptus il granitico orientamento secondo il quale, in caso di necessità, per essere la persona offesa l’unico testimone che abbia avuto percezione diretta del fatto da provare o, comunque, l’unico in grado di introdurre in maniera apparentemente neutra una tale percezione nel processo, anche la sola deposizione di essa può, nell’ambito del libero convincimento del giudice, essere vagliata come fondamento del giudizio di colpevolezza dell’imputato.

Se così non fosse si arriverebbe al gravissimo paradosso di dover accettare che il soggetto maltrattante che soverchia e isola completamente la propria vittima, impedendole qualsivoglia relazione con soggetti diversi da quelli da lui prescelti e con lui conniventi, non solo pone in essere una condotta umanamente odiosa e gravemente antigiuridica ma, al contempo, getta il seme per una sua futura archiviazione/assoluzione per insufficienza della prova.

Una conclusione amara che è giuridicamente e umanamente inaccettabile.

In merito, la Cassazione ha nuovamente recentemente confermato (Cass. 2911/2021) che, ove le dichiarazioni della persona offesa vengano riconosciute intrinsecamente attendibili, ad esse debba essere riconosciuta la natura di fonte di prova da ritenersi idonea a sostenere l’affermazione di colpevolezza dell’imputato, a patto che la predetta statuizione sia sorretta da una adeguata e coerente motivazione.

Come anticipato in apertura tale conferma risulta di notevole rilievo in relazione a quella particolare tipologia di reati che vengono commessi all’interno delle mura domestiche o comunque nella sfera soggettiva più privata (maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale …) il cui accertamento, spessissimo, non può beneficiare di elementi di riscontro diretto diversi ed ulteriori rispetto alle parole dei soggetti coinvolti nella vicenda.

Tale orientamento è stato costantemente confermato nel corso del tempo dalla Giurisprudenza ed ha ricevuto anche l’autorevole avallo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che, con la pronuncia n. 41461 del 19/07/2012, ha statuito l’inapplicabilità delle regole fissate dall’art. 192, comma 3, c.p.p. alle dichiarazioni della persona offesa, che quindi possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, sottoponendo a preventiva e motivata verifica la credibilità soggettiva del dichiarante e l’attendibilità intrinseca del narrato, che deve tuttavia effettuarsi in modo più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone, aggiungendo che, in caso di costituzione di parte civile della persona offesa, può [e non deve] essere opportuno procedere anche al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi.

Da ultimo, nel ribadire il valore probatorio delle dichiarazioni della persona offesa costituita parte civile, si è ulteriormente chiarito che, qualora risulti opportuna l’acquisizione di riscontri estrinseci, questi possono consistere in qualsiasi elemento idoneo a escludere l’intento calunniatorio del dichiarante, non dovendo risolversi in autonome prove del fatto, nè assistere ogni segmento della narrazione (Sez. 5, n. 21135 dei 26/3/2019, S, Rv. 275312).

Continuando nella lettura della pronuncia n. 2911/2021 si assiste poi alla conferma di un orientamento evolutivo della fattispecie che punisce i maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) andando a specificare l’interpretazione da fornire alle locuzioni convivenza e conviventi.

in primis si specifica che il delitto di cui si tratta viene riconosciuto anche “in relazione a situazioni di non convivenza, ma in quanto succedute a precedente convivenza e, quindi, non nel senso di assenza di convivenza ma di cessata convivenza” ed inoltre viene chiarito che la condotta di “maltrattamenti in famiglia” è configurabile anche in contesti diversi ed ulteriori rispetto alla famiglia legittima basata sui vincoli nascenti dal matrimonio, essendo sufficiente che si sia in presenza di un rapporto di stabile convivenza, suscettibile di determinare l’insorgenza di obblighi di solidarietà e di mutua assistenza, senza che sia richiesto che tale convivenza abbia una certa durata, quanto – piuttosto – che sia stata istituita in una prospettiva di stabilità. Pertanto risultano sussumibili nella fattispecie in commento anche situazioni in cui “una relazione sentimentale che abbia comportato un’assidua frequentazione della abitazione della persona offesa tale da far sorgere sentimenti di solidarietà e doveri di assistenza morale e materiale (Sez. 5, n. 24688 del 17/3/2010, Rv. 248312) o di un rapporto familiare di mero fatto in assenza di una stabile convivenza ma con un progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà e assistenza (Sez. 6, n. 22915 del 7/5/2013, Rv. 255628; Sez. 6, n. 23830 del 07/05/2013, Rv. 256607).

Avv. Alessandro Calogiuri

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Revenge Porn, “Doppio standard” e nuove frontiere di tutela

Si condivide l’articolo pubblicato sul sito di informazione giuridica “Juris Tech, che nasce per raccontare i nuovi scenari del diritto applicato al mondo digitale e alle nuove tecnologie,  con il quale lo Studio Legale Calogiuri ha il piacere di collaborare.

Link all’articolo originale.

  • Revenge Porn, “Doppio standard” e nuove frontiere di tutela

La scena politica USA è stata scossa dallo “scandalo” che ha coinvolto la senatrice Katie Hill (LINK), costretta a dimettersi a causa della diffusione e successiva pubblicazione di foto che la ritraevano in momenti intimi e assolutamente privati.
A prescindere dal peso politico della vicenda, quanto accaduto spinge l’osservatore a rilevare che, nonostante la tendenza sociale e normativa sia diretta verso una parificazione sostanziale dei sessi, nella valutazione di condotte sessualmente qualificate sussiste ancora prepotente quello che Katie Hill ha definito un “doppio standard”, rappresentativo di una opinione pubblica ancora fondata su un sistema prospettico di stampo misogino e maschilista.

Tale distorsione prospettica fa sì che sia la condotta di vita della donna-vittima ad essere passata al microscopio in cerca di colpe e concorsi di responsabilità.
Troppo spesso sono infatti le vittime a soffrire conseguenze dal punto di vista reputazionale e a doversi giustificare per condotte poste in essere in un ambito che doveva rimanere assolutamente privato.

Condotte da cui è difficile proteggersi perché nella quasi totalità dei casi vengono poste in essere con modalità telematiche, insidiose e difficilmente fronteggiabili. Tali aggressioni si riverberano nel fenomeno del c.d. “Revenge porn”.

L’attenzione non può più restare focalizzata sulla accettabilità delle condotte illecitamente diffuse, costringendo così la vittima a doversi giustificare, ma l’antigiuridicità ed il giudizio di riprovevolezza sociale devono necessariamente essere spostati esclusivamente sulla condotta di illecita diffusione di materiale originariamente destinato a rimanere assolutamente privato

1. Il nuovo art. 612 ter c.p.

Il nostro ordinamento di fronte a tali condotte appariva sguarnito; le norme incriminatrici in merito di trattamento dei dati personali sono infatti fin troppo miti per produrre un effetto deterrente ed anche le altre norme incriminatrici richiamabili (estorsione, diffamazione, stalking, interferenze illecite nella vita privata…), pur idonee a disciplinare la condotta di cui si tratta, non sono state strutturate per fornire una tutela ad hoc di fronte ad un bene giuridico che, anche per effetto del continuo avanzamento delle nuove tecnologie, si presta quotidianamente a nuove forme di aggressione.
Questo sino alla L. 69/2019 (c.d. codice rosso) che al suo art. 10 ha previsto l’introduzione nel codice penale di un nuovo art. 612 ter rubricato “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, in applicazione del quale “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito..”
Con tale norma il legislatore ha tentato di estendere al massimo la tutela in quanto ad essere incriminata, a titolo di dolo generico, dal primo comma della norma è la pura e semplice diffusione non consensuale dei suddetti supporti multimediali, indipendentemente da qualsiasi finalità ulteriore perseguita dal soggetto agente.
Il tentativo socialmente evolutivo della suddetta fattispecie risulta evidente, l’illiceità della diffusione non nasce tanto dal tipo di materiale che viene diffuso ma, soprattutto, dalla mancanza di un valido consenso in tal senso. Il focus normativo si pone pertanto sul necessario rispetto della volontà della persona offesa a che tale materiale rimanga privato.

Il disvalore è infatti stato posto dal legislatore integralmente sulla condotta di chi non rispetti l’altrui dissenso; dissenso che non dovrà essere necessariamente esplicito, essendo sufficiente che la diffusione avvenga senza che il soggetto ritratto abbia acconsentito. Pertanto dovrebbe ritenersi idoneo ad integrare il suddetto requisito il fatto che la diffusione sia avvenuta all’insaputa del soggetto raffigurato.
Il comma secondo dell’art 612 ter c.p. estende poi la punibilità anche a soggetti terzi rispetto alla coppia che siano venuti comunque in possesso del materiale di cui si tratta e che a loro volta lo diffondono al fine di recare nocumento alle persone rappresentate. In tal caso la mente corre subito a quei gruppi social dove si assiste ad un continuo inoltro di immagini a contenuto sessualmente esplicito che vengono poi ri-diffuse a macchia d’olio, ma la previsione di un dolo specifico renderà essenziale interrogarsi sul significato da attribuire alla predetta finalità di nocumento per delimitare il confine del penalmente rilevante.
La norma si chiude con la previsione di circostanze aggravanti e previsioni sulla procedibilità. Di particolare interesse risulta essere il comma 3 che, oltre a punire più gravemente quelle condotte poste in essere nell’ambito di una relazione sentimentale, si concentra sull’utilizzo di strumenti informatici o telematici (nozione all’interno del quale rientra pienamente la diffusione a mezzo social network). La ratio di tale aggravamento si rinviene nella maggiore diffusività di tali strumenti e nella difficile (se non impossibile) eliminabilità delle conseguenze del reato se posto in essere on line.

2. Le nuove frontiere di tutela (I.A. e machine Learning)

Facebook si propone di rilevare in anticipo tali contenuti diffusi su Facebook o Instagram utilizzando l’intelligenza artificiale ed il macchine learning.
Questo potrebbe significare l’individuazione del contenuto ancor prima che qualcuno lo segnali, spiega Antigone Davis, responsabile globale della sicurezza di Facebook. Secondo tale procedura i soggetti che sospettano di essere vittima di revenge-porn potranno inviare, tramite un apposito sistema di reporting, una propria foto al social network e così facendo l’intelligenza artificiale si attiverà per trovare eventuali contenuti sessualmente orientati. Tale procedura è già stata testata negli Stati Uniti e nei prossimi mesi dovrebbe essere progressivamente esteso a livello globale.

In conclusione, possiamo affermare che il “doppio standard” di valutazione è purtroppo ancora una realtà, troppo spesso assistiamo a giudizi che invece di criminalizzare la condotta del soggetto-agente si spingono ad analizzare in maniera morbosa i comportamenti della vittima. La tendenza normativa è correttamente indirizzata nel senso di un suo superamento, che deve però essere sostenuto da una nuova coscienza sociale che stigmatizzi qualunque violazione non autorizzata della sfera privata, a prescindere dai contenuti della stessa.

Avv. Alessandro Calogiuri

D.Lgs 231/01: Per le società sportive la difesa è il miglior attacco.

In materia di responsabilità amministrativa da reato degli enti l’art.1 c.2 del d.lgs. 231/01 prevede che la relativa disciplina si applichi “agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica”. È evidente l’estrema genericità di una siffatta formulazione, resa necessaria dal fatto che nessun ente, nessuna azienda può ritenersi totalmente al sicuro dal rischio che all’interno della sua compagine sociale vengano commessi reati nell’interesse, o a vantaggio, dell’ente stesso.

In considerazione del fatto che tale disciplina risulta applicabile alle più svariate forme di esercizio dell’impresa, dall’impresa individuale alla s.p.a., e che tutte dovranno in ipotesi di reati provare processualmente l’insussistenza di una colpa di organizzazione è d’obbligo riportare sul punto anche l’attenzione delle Società sportive, in relazione alle quali è oramai pacifica applicazione del D.lgs. 231/01 sia per le società sportive che assumono la veste di società di capitali che per le associazioni riconosciute e non riconosciute. Necessità derivante anche dalla circostanza che, da anni, anche l’ordinamento sportivo e le Federazioni nazionali richiedono l’adozione di adeguati MOG 231.

Attenzione che oggi deve essere ancora maggiore rispetto a ieri, in quanto la legge 03/05/2019 n.39, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 16/05/2019, ha ampliato il catalogo dei reati presupposto prevedendo al nuovo art. 25 quaterdecies del d.lgs. 231/01 che l’ente possa essere ritenuto responsabile anche in ipotesi di commissione dei reati di “frode in competizione sportiva” (art. 1 L. 401/89) e di “esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommesse” (art. 1 L. 401/89), realizzati nell’interesse o a vantaggio dell’ente da parte di soggetti apicali o soggetti sottoposti alla loro direzione o vigilanza.

Il delitto di frode sportiva, punisce penalmente non solo l’offerta di denaro o di altra utilità ai partecipanti a competizioni sportive, organizzate da federazioni riconosciute, per raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione, ma contempla anche il generico compimento di “altri atti fraudolenti volti al medesimo scopo”. In considerazione della formulazione della norma non appare quindi necessaria l’accettazione della promessa o del denaro, né, tantomeno, il raggiungimento dell’obiettivo, ma deve ritenersi sufficiente una seria promessa che giunga a conoscenza del destinatario.

L’esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommesse sanziona chiunque eserciti abusivamente l’organizzazione del giuoco del lotto o di scommesse o di concorsi pronostici che la legge riserva allo Stato o ad altro ente concessionario e, per quanto di maggiore interesse nel presente contributo, chi comunque organizza scommesse o concorsi pronostici su attività sportive gestite dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), dalle organizzazioni da esso dipendenti o dall’Unione italiana per l’incremento delle razze equine (UNIRE) e, comunque, chiunque abusivamente esercita l’organizzazione di pubbliche scommesse su altre competizioni di persone o animali e giuochi di abilità.

In considerazione di tale nuova previsione ex D.Lgs. 231/01, dell’ampiezza del precetto di cui ai reati-presupposto e dei settori in cui tali reati vengono statisticamente consumati con maggiore frequenza, anche le società sportive dovranno necessariamente aggiornare la propria organizzazione e dotarsi quindi di un idoneo Modello Organizzativo Gestionale 231 che, se efficacemente attuato, possa garantire la non punibilità dell’ente stesso.

A rendere cogente la suddetta necessità è in primis la gravità delle sanzioni per l’ente collegate alla commissione dei suddetti reati, non solo pecuniarie ma anche interdittive e che possono spingersi sino alla interdizione dall’esercizio dell’attività, alla sospensione o alla revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni e al divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, per una durata non inferiore ad 1 anno.
È evidente quindi il rischio che corre una società sportiva che non si adegui, in quanto le potenziali sanzioni investono sia profili economici, che direttamente operativi; inoltre non è da sottovalutare il danno reputazionale che si produrrebbe per l’ente in ipotesi di consumazione dei reati di cui sopra, e che difficilmente potrà poi essere integralmente superato con una idonea gestione attuata post factum, ma che invece rischia di “macchiare” indelebilmente l’immagine di una società che opera in un settore così particolare come quello sportivo.

Tali rischi possono invece essere mitigati considerevolmente mediante l’adozione di un idoneo Modello Organizzativo Gestionale 231 che, se idoneo ed efficacemente attuato, consentirà alla società di provare in sede processuale penale, e non solo, di aver fatto quanto era nella sua disponibilità per impedire la commissione di reati e che l’illecito si è realizzato eludendo fraudolentemente i presidi ed i protocolli che erano stati diligentemente istituiti ed efficacemente attuati con una costante attività di vigilanza ed aggiornamento.

Avv. Alessandro Calogiuri

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Master di specializzazione d.lgs. 231/01 – MODULO II – Risk Assessment

Conosci i punti di debolezza della tua azienda? Il rischio che all’interno della tua organizzazione aziendale possano essere commessi reati è adeguatamente mappato?
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Lo Studio Legale Calogiuri partecipa al Master di specializzazione d.lgs. 231/01 responsabilità amministrativa da reato degli enti, redazione modello organizzativo 231, compliance aziendale e ODV.

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L’adozione e l’efficace attuazione di un modello organizzativo 231 rappresenta oggi una ineludibile necessità per società e aziende a causa della rapida e progressiva estensione della responsabilità da reato degli enti ad un numero sempre maggiore di fattispecie illecite.
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Omesso Versamento IVA: la rilevanza della crisi aziendale

La Corte di cassazione con la sentenza n. 7644/2019,  in materia di omesso versamento di IVA (p. e p. ai sensi dell’art. 10 ter d. lgs. 10 marzo 2000 n. 74), ha confermato che non rilevano le motivazioni che hanno spinto l’imprenditore ad omettere il versamento IVA;  egli potrà richiamare a proprio favore la causa di non punibilità della forza maggiore esclusivamente nel caso in cui la situazione di crisi di liquidità dell’impresa derivi da fatti imprevedibili, allo stesso non imputabili, dallo stesso non dominabili e a cui non abbia potuto porre rimedio tempestivamente.

Nel caso di specie la Corte di Cassazione si è trovata a giudicare il caso di un amministratore di una società cooperativa condannato per aver omesso il versamento dell’IVA per somme superiori alla soglia di punibilità del reato.

La Cassazione, conformemente a Sezioni Unite n. 37424/2013, ha affermato che “il sostituto d’imposta che incassi l’IVA ha l’obbligo di tenerla accantonata…e, in ogni caso, di organizzare le risorse finanziarie delle propria impresa per poter adempiere all’obbligazione.. Laddove così non faccia, l’imprenditore si rappresenta la probabilità che al momento della scadenza non vi siano nelle casse della società somme sufficienti e ne accetta il rischio”.

Tale conclusione discende dal fatto che la norma incriminatrice di cui si tratta è sostenuta a livello psicologico dal dolo c.d. generico (mera consapevolezza dell’illiceità della condotta omissiva finale), ciò assume rilevanza in quanto, in caso di omesso versamento dell’IVA, le verifiche che avrebbero consentito di appurare l’incombenza dell’obbligo tributario di cui è onerato l’imprenditore sono particolarmente semplici e quindi nel comportamento del soggetto che omette di controllare la situazione  si ritiene integrato il dolo, quanto meno eventuale, dal momento che omettendo di effettuare i doverosi controlli e di porre in essere i necessari correttivi il soggetto si espone volontariamente a tutte le conseguenze prevedibili che ne possono derivare.

Nel valutare la rilevanza di una situazione di forza maggiore i Giudici del Palazzaccio hanno affermato che l’omesso versamento IVA non può essere giustificato dal pagamento degli stipendi dei lavoratori dipendenti, dal momento che in ambito penale non è estendibile l’ordine di preferenza in tema di crediti prededucibili che vige in ambito fallimentare/concorsuale.

Pertanto, la necessità di pagare i dipendenti non può essere di per sé elemento idoneo ad escludere l’elemento soggettivo del reato dal momento che lo stesso viene ravvisato nella scelta consapevole di omettere i versamenti dovuti. Infatti è onere dell’imprenditore distribuire le risorse esistenti in modo da adempiere al proprio debito erariale.

L’imprenditore non potrà quindi invocare la forza maggiore in presenza di mancati accantonamenti e di omesso pagamento alle singole scadenze mensili; questo perché per ritenere integrata la forza maggiore dovrà darsi la prova di un fatto imponderabile, imprevisto ed imprevedibile, che sia del tutto indipendente dalla condotta dell’agente.

In conclusione, la forza maggiore non è rappresentata da una mera difficoltà ma è necessaria una assoluta impossibilità di adempiere. Pertanto, in via generale si esclude che una crisi di liquidità aziendale possa integrare un’ipotesi di forza maggiore del momento che l’imprenditore in crisi di liquidità ha un vasto ventaglio di possibilità alternative da percorrere prima di omettere il  mancato pagamento delle imposte.

Per giovarsi della causa di non punibilità di cui si tratta egli dovrà infatti provare che l’omissione dei pagamenti erariali è stata l’extrema ratio e che, prima di porre in essere tale omissione, ha fatto ricorso a tutti gli altri strumenti a sua disposizione, anche mediante utilizzo del proprio patrimonio personale.
..non può, pertanto, rilevare un generico richiamo dell’imputato alla crisi finanziaria dell’impresa senza allegazioni circa tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di una crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà.”

Avv. Alessandro Calogiuri

-Cassazione penale, Sez. III, sentenza 20 febbraio 2019, n. 7644

Fonti:

-Rossella Catena “Omesso versamento IVA: configurabile la forza maggiore in caso di crisi aziendale?

Maltrattamenti in Famiglia: la legittima reazione della vittima

Ci troviamo in un periodo storico ove a fronte di un generale avanzamento del senso di  uguaglianza ci sono settori dove ancora si fatica a sopire la pressione di “rigurgiti” di antiquate sensibilità. Troppo spesso a fronte di reati che avvengono tra le mura domestiche si ascoltano commenti che invece di stigmatizzare i comportamenti violenti sembrano quasi interrogarsi sulle colpe delle vittime, considerate ree di aver “reagito”.

Situazioni in cui il fuoco dell’attenzione si sposta sui possibili “errori” delle vittime che arrivano così a sentirsi sole ed isolate, quando invece il messaggio che dovrebbe essere condiviso è che nulla può giustificare episodi di stalking e maltrattamenti in famiglia come quelli che riempiono le pagine di cronaca dei nostri giornali; storie di ordinario terrore dove la vittima viene abitualmente perseguitata, isolata e aggredita in ogni ambito della sua vita e, spesso, si trova nell’impossibilità di porre in essere una adeguata reazione difensiva.

La Corte di Cassazione si è recentemente interrogata proprio sulla posizione di una vittima che aveva in alcune occasioni reagito alla violenza e ha chiarito che ai fini dell’integrazione del reato è irrilevante il fatto che la vittima abbia provato almeno inizialmente ad opporre resistenza ai comportamenti del coniuge che per anni l’aveva sottoposte a continue vessazioni, fisiche e psicologiche.

La difesa tentata dalla vittima deve essere considerata una legittima reazione che non può in alcun modo attenuare la valutazione del comportamento tenuto dal soggetto maltrattante; non può essere ritenuto di per sé elemento tale da far recedere la situazione di vessazione subita dalla vittima ad una semplice situazione di litigiosità reciproca, per la cui integrazione è invece necessaria la prova dell’uguale “peso” delle reciproche condotte, da ritenersi pertanto inidonee a comportare quell’abituale stato di prostrazione e vessazione unilaterale richiesto dall’art. 572 c.p.

Nel caso di specie il processo aveva accertato come il marito avesse «posto la consorte in una situazione di sudditanza psicologica, esercitando nei suoi confronti violenza fisica e psicologica, e in particolare percuotendola in più occasioni, cagionandole lesioni, insultandola e umiliandola, sminuendone il ruolo di madre, sottoponendola a controllo invasivo, monitorandone i movimenti e impedendole di partecipare a incontri di fede e di coltivare amicizie»

La Corte di Cassazione nel porre la parola fine all’iter giudiziario ha chiarito che  sono gravi e punibili ai sensi dell’art. 572 c.p. anche quelle condotte violente che sono «intervallate nel tempo» anche se “contrastate, infruttuosamente, dal coniuge».

In conclusione, per ritenere integrato il delitto di maltrattamenti in famiglia quello che rileva è che le abituali condotte persecutorie «abbiano finito per concretizzare una stabile alterazione delle relazioni di coppia, così da comportare una sostanziale compromissione della dignità morale e fisica» della vittima, nonostante i tentativi di reazione della stessa.

Avv. Alessandro Calogiuri

– Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 8312/19; depositata il 25 febbraio 2019

Omicidio e Lesioni Stradali: revoca automatica della patente solo in caso di ebbrezza alcolica o alterazione da stupefacenti.

La legge n. 41 del 2016, dietro la spinta di un bisogno sentito in maniera molto forte da una larga parte della cittadinanza a causa del crescente fenomeno di morti o gravi lesioni causate da c.d. “pirati della strada”, ha introdotto nel nostro ordinamento penale due nuove fattispecie incriminatrici: gli articoli 589 bis e 590 bis c.p. che incriminano rispettivamente il delitto di omicidio stradale e quello di les,ioni personali stradali gravi o gravissime.
Con tale operazione innovatrice sono state inasprite le sanzioni previste per le previgenti fattispecie che aggravavano i delitti di omicidio colposo e lesioni colpose.
Tale disciplina, anche a causa dell’estrema severità delle pene prospettate, ha sollevato l’attenzione della Giurisprudenza Costituzionale.

Con comunicato stampa del 20.02.2019 La Corte Costituzionale, in attesa della pubblicazione delle motivazioni della sentenza, ha comunicato in primis che è stato positivamente superato il vaglio di costituzionalità con riferimento al divieto, per il giudice, di considerare prevalente o equivalente la circostanza attenuante speciale della “responsabilità non esclusiva” dell’imputato (c.d. concorso di colpa del danneggiato) rispetto alle concorrenti aggravanti speciali previste per questi reati, tra cui la guida in stato di ebbrezza alcolica o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.
Inoltre, nella medesima occasione la Consulta ha dichiarato la non costituzionalità dell’art. 222 CdS nella parte in cui è previsto che venga automaticamente disposta la revoca della patente di guida in tutti i casi di condanna per omicidio e lesioni stradali.
Nello specifico tale revoca automatica è stata ritenuta legittima solo a seguito di condanna per reati stradali aggravati dallo stato di ebbrezza o di alterazione psicofisica per l’assunzione di droghe.
Nelle altre ipotesi il suddetto automatismo è stato escluso ed è stato viceversa riconosciuto al giudice il potere/dovere di procedere ad una valutazione caso per caso, per decidere se applicare, in vece della revoca, la meno grave sanzione della sospensione della patente.

-Corte costituzionale – comunicato stampa del 20.2.2019

Avv. Alessandro Calogiuri

Mai sparlare degli assenti…..neppure in un gruppo whattsapp

I “gruppi” whatsapp sono diventati parte integrante delle nostre vite, li usiamo per lavoro, per mantenere i contatti con amici lontani, per organizzare eventi e anche solo per divertirsi…l’importante è ricordarsi sempre che, anche on line vigono le regole del diritto penale, tanto che offendere pesantemente un soggetto non inserito in un gruppo whatsapp è condotta da ritenersi idonea a motivare una condanna per il delitto di diffamazione.

Secondo l’art. 595 c.p. commette il delitto di diffamazione “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente (ingiuria, oggi fattispecie depenalizzata), comunicando con più persone , offende l’altrui reputazione, è punito (a querela della persona offesa) con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro.

Ai fini della configurabilità del reato di diffamazione è necessario quindi che la persona offesa non sia presente o, almeno, che non sia stata in grado di percepire l’offesa.

Con tale norma l’ordinamento si propone di tutelare il bene giuridico costituzionalmente tutelato rappresentato dall’onore del soggetto vittima delle offese. Con tale nozione, che rischia di apparire generica, si intende in senso soggettivo il sentimento e l’idea che ciascuno ha di sé ed in senso oggettivo il rispetto e la stima di cui un dato soggetto gode presso il gruppo sociale nel quale svolge la propria vita ed esercita i propri diritti (c.d. reputazione)

Per quanto riguarda le offese postate in un gruppo whatsapp, i magistrati della Suprema Corte di Cassazione hanno recentemente statuito che rientrano nella norma incriminatrice di cui si tratta anche gli insulti messi per iscritto in una chat di gruppo e rivolti a una persona non inserita nel suddetto gruppo di conversazione.

Avv. Alessandro Calogiuri

-Cassazione, sentenza n. 7904/19, sez. V Penale, depositata il 21 febbraio

 

Domicilio digitale…quando l’accesso è abusivo?

Social media, cloud computing, app. connesse 24/7, assistenti personali e le prime intelligenze artificiali….stiamo assistendo ad una sempre maggiore informatizzazione delle nostre vite ed alla completa concretizzazione di un nuovo bene giuridico da tutelare, il c.d. “domicilio digitale”.
Sospinta da questa nuova necessità di tutela la categoria dei reati informatici, rimasta per anni silente tra le pagine del codice penale, ha acquisito negli ultimi anni sempre maggior importanza e centralità nel dibattito giornaliero di Tribunali e studiosi.
Alla pervasività e all’importanza degli interessi che oggi si estrinsecano on line deve fare, necessariamente, da contraltare il diritto del titolare di tutelare tali informazioni e di decidere chi possa accedervi e per quali fini apponendo a tali sistemi mezzi di sicurezza (password etc..) che concretizzano la volontà di impedire accessi non autorizzati.
Norma cardine attorno a cui ruota tale disciplina è sicuramente l’art. 615 ter c.p. rubricato “Accesso abusivo a un sistema informatico o telematico”.

La suddetta disposizione si pone come prima ed essenziale tutela del c.d. domicilio informatico, bene giuridico speculare rispetto all’ordinario domicilio e che si pone l’obiettivo di comprendere e tutelare sia lo spazio fisico diretto a contenere dati riservati (server, hard disk, computer…), che il correlativo spazio virtuale (profili, banche dati, cluod…) che assume, sempre più, il ruolo di vero e proprio fulcro della vita delle persone, essendo divenuto di fatto il contenitore all’interno del quale si estrinsecano tutti gli ambiti della propria personalità, anche i più privati.
In tale ottica il legislatore ha previsto che “Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni”.
Cardine di tale norma incriminatrice è quindi il concetto di abusività del superamento delle misure di sicurezza del sistema predisposte dal titolare e della relativa permanenza in esso; tale concetto va analizzato sotto il duplice profilo dell’abusività dell’accesso e/o del mantenimento.
Per quanto attiene la prima ipotesi risulta oltremodo chiaro che debba essere qualificato come abusiva la condotta del soggetto che, privo di password, di autorizzazione o altri strumenti di accesso, acceda al sistema aggirando le cautele predisposte dal legittimo titolare.
Più complessa invece la situazione relativa alla posizione di chi legittimamente autorizzato ad accedere si trattenga all’interno del sistema, ed ivi operi, per finalità diverse ed ulteriori rispetto a quelle per cui l’autorizzazione è stata concessa.
Sul punto si era sviluppato un vivace dibattito giurisprudenziale, un primo orientamento riteneva sussistente una violazione dell’art. 615 ter c.p. in presenza di un accesso autorizzato ma effettuato per finalità diverse da quelle consentite mentre un secondo orientamento escludeva che in tale ipotesi potesse ritenersi integrato il reato di cui si tratta.
A dirimere il contrasto sono state chiamate le Sezioni Unite della Cassazione (Cass. S.U. n.4694/2011) che hanno chiarito come il concetto di abusività dovrà ritenersi integrato sia nei casi in cui il soggetto autorizzato all’accesso violi le prescrizioni impartite espressamente dal titolare del sistema e sia in quelli in cui vengano poste in essere operazioni che non possano essere ricondotte a quelle per cui il soggetto era stato incaricato ed era stato autorizzato ad accedere.
Rimaneva però aperta una questione relativa alla circostanza aggravante di cui al comma 2 dell’art. 615 ter c.p. che punisce più gravemente la condotta di accesso abusiva qualora effettuata da un pubblico ufficiale in violazione dei propri doveri e della propria funzione.
L’interrogativo che si poneva riguardava l’estendibilità del suddetto principio di diritto alla condotta del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che accedendo ad un sistema a cui è autorizzato operi uno sviamento della propria funzione utilizzando il sistema per fini diversi da quelli per cui è autorizzato e diretta al soddisfacimento di fini privati e non istituzionali.
Nel 2017 sono nuovamente intervenute le Sezioni Unite (Cass. S.U. 41210/2017) ed hanno chiarito che l’attività dei pubblici ufficiali è limitata da precisi confini che sono parte integrante del loro status soggettivo, pertanto un accesso o una permanenza effettuata per ragioni diverse da quelle d’ufficio concretizza uno sviamento di potere ed è pertanto condotta idonea ad integrare la fattispecie p. e p. ex art. 615 ter c.2 n.1 c.p.

Avv. Alessandro Calogiuri

-Cass. S.U. n. 4694/2011
-Cass. S.U. 41210/2017
-Bibliografia: Nicolò Bussolati “Accesso abusivo a un sistema informatico o telematico ex art. 615-ter c.p.: il nodo dell’abusività.”.